L’intervista all’ambasciatore Schutz
“Rilanciamo il Dialogo,
nel segno dell’ambiente”

Il 2023 sarà un anno caratterizzato da vari anniversari. Tra i più significativi quello che celebrerà il trentesimo dalla firma dell’accordo tra Stato d’Israele e Santa Sede. “Una pietra miliare che ha già dato vari frutti di cui entrambi godiamo. Ma quel che è stato fatto non basta ancora. C’è bisogno, ad esempio, di portare nuovi temi”. È la valutazione di Raphael Schutz, ambasciatore d’Israele in Vaticano, che festeggia in queste ore un anno esatto dalla presentazione delle credenziali e dal suo insediamento. Lo incontriamo nel suo ufficio, per fare un bilancio di questi dodici mesi di lavoro e impegno. Un’esperienza molto diversa da quelle che avevano contraddistinto la sua carriera diplomatica in precedenza, con incarichi tra Colombia, Spagna e Norvegia.
“È stato un anno molto intenso e stimolante”, afferma l’ambasciatore. “Nel complesso sono contento per quello che abbiamo fatto e costruito. Si è però rafforzata in me una convinzione: la necessità urgente che nel Dialogo entrino questioni rimaste il più delle volte ai margini. Mi riferisco soprattutto all’ambiente e alla difesa dei diritti di ogni essere umano. A partire da quello all’acqua, al cibo, a una vita decente. Sfide universali in cui possiamo essere entrambi protagonisti. Penso alle encicliche del papa, molto incisive e chiare nel merito. Ma anche Israele, rileggendo la sua vicenda storica, ha tanto da dare all’umanità. La sua trasformazione da Paese in cui l’acqua scarseggiava a esportatore di risorse idriche è, in questo senso, un fulgido esempio”. Temi che dovranno necessariamente accompagnarsi “alle questioni di sempre”. L’impressione è che il percorso, pur con qualche inciampo, stia procedendo nel modo giusto. “Ci sono, nelle relazioni tra Israele e Santa Sede, delle date e circostanze da non dimenticare mai. La prima è senz’altro la dichiarazione Nostra Aetate, così significativa per l’avvio di una nuova stagione di approfondimento tra cristiani ed ebrei. E poi la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma (1986). La stipula dell’accordo che presto taglierà il traguardo dei trent’anni (1993). E, nel 2000, un’altra visita nel segno di Wojtyla: il suo viaggio in Israele”. Incontrando Bergoglio per la prima volta Schutz gli ha portato, tra i vari doni, una confezione di datteri. “Non sono solo un prodotto tradizionale d’Israele. Realizzati con acqua riciclata nel deserto, sono un simbolo di quell’attenzione e cura dell’ambiente che tutti dobbiamo portare nel cuore, agendo conseguentemente”. Le relazioni con il papa e con la sua cerchia sono cordiali. “Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni”, ammette l’ambasciatore. “Ci sono stati un paio d’incontri finora. I miei interlocutori sono piuttosto i dirigenti dei dicasteri, il personale diplomatico, oltre che i rappresentanti di associazioni, enti e ong. Sto cercando di confrontarmi con quanti più mondi possibili”.
Dalla Nostra Aetate sono passati 57 anni. “Un momento straordinario, un nuovo inizio. Quella dichiarazione ha fatto la storia. Anche se, naturalmente, non cancella diciannove secoli tormentati. L’impressione è che alcune resistenze, ancora oggi, fatichino a essere vinte. E non solo a livello di clero”. L’ambasciatore porta qualche esempio personale: “Durante il mio mandato in Spagna mi è capitato il caso della presenza di alcune figure antisemite a un corteo in programma a Siviglia. Si era durante la ‘Semana Santa’: un momento di altissima attenzione ed emotività popolare”. Alle rimostranze espresse agli organizzatori, l’ambasciatore – racconta – si è sentito rispondere che non le avrebbero rimosse “perché è ‘una tradizione’, perché da sempre si fa così…’”. Un caso simile è avvenuto in Belgio: in quel caso la sfilata si svolgeva addirittura con patrocinio Unesco. “È andata così: dopo le proteste israeliane l’Unesco ha tolto il patrocinio, ma la sfilata si è svolta lo stesso…”. E ancora in Polonia, dove altri episodi “dal tenore simile rivelano la persistenza di un problema che, nonostante la buona volontà di tanti, resta comunque aperto”. Anche l’Italia, fino a non molto tempo fa, ha visto in auge una tradizione inquietante: il culto del Simonino, basato sull’infame accusa del sangue e all’origine di molte violenze e lutti. Una vicenda rievocata di recente alla presenza dell’ambasciatore stesso, ospite d’onore a Trento per l’inaugurazione della 25esima edizione del Religion Today Film Festival. Una calorosa accoglienza, per lui, sotto la Tenda di Abramo allestita in piazza Battisti.
Le parole possono uccidere. Nel parlarne evoca la sua storia di famiglia: “Mia madre è nata a Francoforte: era il nove novembre del 1929, nove anni dopo quello stesso giorno avrebbe visto l’esplosione della famigerata Kristallnacht (la Notte dei Cristalli). Per fortuna quel giorno la famiglia non era più in Germania ma a Cracovia, in un campo profughi. Da lì, a breve, sarebbero emigrati nell’allora Palestina mandataria. Appena in tempo”.
“Ci sono dei forti indizi – prosegue Schutz – che mia madre e Anne Frank siano state compagne nello stesso kindergarten. In una celebre foto infatti la piccola Anne appare con la stessa identica collana che avrei visto tra le mani di mia madre”. Anche in ragione di ciò e della precarietà delle esistenze di chi l’ha preceduto Schutz dice di sentirsi “un israeliano che non dà per scontata l’esistenza d’Israele”. Esiste infatti, accusa, “chi questo diritto continua a negarlo, e il solo fatto che un tema del genere resista a livello di dibattito è di per sé un problema”. Durante l’intervista Schutz userà alcune volte delle metafore ed espressioni calcistiche. Il calcio, non lo nasconde, è la sua grande passione. “Quando era ancora un cadetto, mi fu chiesto dove avessi desiderio di essere mandato. La mia risposta fu: ovunque ci siano delle buone squadre di calcio”. Tifoso da sempre dell’Hapoel Tel Aviv (“Continuo a fare l’abbonamento, come forma di sostegno”), l’ha seguito sugli spalti anche quando, in passato, ha incrociato i suoi destini con quelli della Serie A. Ad esempio, in un’edizione della Coppa Uefa di inizio Millennio, “quando eliminò il Parma e fu vicino ad eliminare il Milan, che era allora un top team”. Non a caso, nel presentare le sue credenziali a Bergoglio, ha portato con sé un altro regalo: un paio di scarpe da calcio bianche e blu (i colori sia d’Israele che d’Argentina) “con sopra scritte parole di pace e di speranza in varie lingue”. Al papa, evidenziava uscendo dalla Santa Sede, “ho fatto notare che la nazionale israeliana è composta da giocatori ebrei, musulmani e cristiani, che giocano insieme per Israele e sono un esempio della capacità di cooperare nonostante i disaccordi e le differenze”.
Adam Smulevich
(18 novembre 2022)