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Rudolf Kende e la congettura di Riemann

Quello raggiunto con il Jihočeské Muzeum di České Budějovice – città della Repubblica Ceca capoluogo dell’omonimo distretto – è uno dei più importanti traguardi nell’ambito della ricerca musicale concentrazionaria; il Museo boemo e la Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria di Barletta hanno raggiunto un accordo di collaborazione circa la produzione musicale del compositore ebreo ceco Rudolf Kende (nell’immagine), nato nel 1910 a České Budějovice.
Tetraplegico e costretto a muoversi in carrozzella, Rudolf Kende – all’anagrafe Rudolf Kohn – fu deportato a Theresienstadt con i genitori; questi ultimi furono trasferiti a Birkenau e uccisi nel 1944.
Nonostante la tendenza dell’autorità occupante tedesca all’eliminazione fisica di persone affette da disabilità, Kende fu aiutato e messo in salvo a Theresienstadt; impossibilitato a usare mani e piedi, i suoi manoscritti musicali furono stesi da allievi e amici.
A Theresienstadt, Kende insegnò musica e nel 1943 compose Návrat, due canzoni per soprano, baritono e pianoforte su testo di Moritz Hartmann tradotto in ceco da Karel Hartmann; inoltre scrisse Bejvávalo e Hory, Doly per coro maschile (su testo proprio), un quartetto d’archi (incompleto) e altro.
Dopo la Guerra scrisse diverse opere adottando lo pseudonimo di Bedřich Konša, da citare Romance op.19 n.1 per violino e pianoforte, Sonata op.24 per violino solo, Rondo per pianoforte e altre opere per pianoforte a quattro mani, abbozzi di una cantata per coro maschile a due voci e pianoforte; morì il 24 agosto 1958 a České Budějovice.
La direzione del Museo di České Budějovice ha concesso all’Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria il diritto di pubblicare tutte le opere composte a Theresienstadt da Rudolf Kende nell’Enciclopedia in 12 volumi Thesaurus Musicae Concentrationariae; la Fondazione di Barletta promuoverà l’opera musicale di Rudolf Kende nel mondo mediante concerti e conferenze.
La scrittura musicale di Kende è molto interessante; sul piano del linguaggio si muove sul solco della tradizione post-schubertiana e post-brahmsiana con un notevole uso del pianismo brillante – in Návrat il pianoforte solo introduce le parti cantate con un vivace Preludio e chiude da solista l’opera medesima – ma è nei pezzi corali a cappella che Kende sfodera il meglio della propria ispirazione.
La ricerca musicale concentrazionaria è “ebraica” anche quando non si occupa di autori ebrei o Ghetti o Lager ad alta densità di popolazione ebraica.
“Ebraico” è altresì recuperare musiche di imam bosniaci e membri della Chiesa cattolica, riformata, ortodossa e veterocattolica internati a Dachau, pastori protestanti internati a Neuengamme piuttosto che a Flossenbürg; perché ebraico è l’esercizio della Memoria come muscolo dello spirito, ebraica è l’esperienza umana del salvataggio di ciò che è vita, fisica o mentale o spirituale.
Di qualsiasi vita, anche quella del nemico; essere ebrei significa essere inguaribilmente ottimisti, vogliamo credere che anche colui che ci è ostile abbia il diritto di capire l’errore e fare teshuvà.
Dai frammenti dei Rotoli del Mar Morto sino ai 330 fogli di carta igienica pieni di musica salvati nell’infermeria del Vazební věznice di Praha-Pankrác, dovunque ci siano nezizot [scintille] di vita del cuore e dell’ingegno umano, là arriva l’ebreo e mette tutto in salvo.
Cosa sarebbe successo a Theresienstadt se i deportati non si fossero seduti accanto al disabile Kende scrivendo note e testi che egli, impossibilitato a scrivere, dettava loro? Che sarebbe successo al musicista polacco Aleksander Kulisiewicz, ricoverato gravemente tubercolotico a Cracovia dopo essere stato liberato a Sachsenhausen, se un infermiere abile in musica e dattilografia non si fosse messo accanto a lui svuotandogli la memoria di 716 canti di Sachsenhausen mai stesi in partitura?
Questa musica risolve in termini musicali – quindi, logici – la famosa congettura di Riemann e tutti i quesiti irrisolti della matematica; data la negazione della logica (la Guerra) e la logica di tale negazione (il Lager), la musica e la condivisione dell’esperienza musicale ed estesamente artistica in cattività risolve i drammatici paradossi della Storia e ne ripristina le esatte coordinate.
Aiutare la ricerca della musica creata in prigionia, deportazione e internamento civile e militare non è un optional; è un dovere, appartiene a quelle regole non scritte per le quali tutte le cattedrali dell’ingegno umano devastate dagli tsunami della Storia vanno ricostruite.
Per Rudolf Kende e mille altri musicisti che attendono il loro giusto riconoscimento, ricostruiremo l’ala distrutta del Conservatorio universale di Musica del Novecento.

Francesco Lotoro