Il regime in difficoltà
Nuovi scricchiolii per il regime di Teheran, il cui procuratore generale ha annunciato ieri l’abolizione della cosiddetta polizia morale. La notizia è stata accolta con molti dubbi e cautele. “Una concessione ai manifestanti o una dichiarazione utile solo a placare le rivolte?”, si chiede tra gli altri il Corriere.
A commentarla, sui giornali, alcune intellettuali d’origine iraniana. “È vero che se viene abolita è una sorta di vittoria, ma non è quello che i manifestanti stanno chiedendo. Non dicono di abolirla o di essere più flessibili sull’hijab. Dicono: ‘Non vi vogliamo’. Lo scontro con il regime è legato al fatto che i manifestanti non vedono alcun futuro per se stessi nel sistema”, l’opinione della scrittrice Azar Nafisi (Corriere). Riflessioni simili per Farian Sabahi, docente di Storia e politica dell’Iran presso la John Cabot University, che alla Stampa dice: “Dopo due mesi e mezzo di proteste, dopo centinaia di morti e migliaia di persone arrestate che rischiano la pena di morte, gli iraniani in strada non si accontenteranno né dell’abolizione della polizia morale né di una revisione del velo”. Parlando col Messaggero, Sabahi sottolinea: “Nelle strade dell’Iran continueranno a esserci poliziotti, militari, pasdaran e paramilitari basij a controllare che le donne siano vestite a dovere e a reprimere il dissenso. Abolire la polizia morale non servirà a fermare le proteste”.
Nel mentre, riporta La Stampa, quattro cittadini iraniani, arrestati a giugno con l’accusa di “cooperazione di intelligence con Israele”, sono stati condannati a morte e impiccati. Sulla esecuzione dei presunti agenti o collaboratori del Mossad, da Israele vengono evidenziati “i no comment dei portavoce del ministero degli Affari esteri e dell’ufficio del primo ministro”.
Uno degli argomenti caldi tornati d’attualità è la corsa al nucleare di Teheran. L’inviato Usa Robert Malley, cui Repubblica chiede se l’accordo noto con l’acronimo Jpcoa sia da considerarsi archiviato, risponde: “Siamo a favore di una soluzione diplomatica, ma l’Iran non ha dimostrato di voler tornare realmente all’accordo e nel frattempo sono intervenuti due fatti importanti: l’assistenza militare alla Russia e la repressione di proteste pacifiche. Sono queste le cose su cui siamo concentrati adesso”. Se le cose non dovessero risolversi secondo le aspettative di Washington non è esclusa l’ipotesi di un intervento armato: “Non è quello che vogliamo, non è la nostra strada, non è quello che vuole Biden. Ma se tutte le altre falliscono, come ultima risorsa, c’è anche l’opzione militare”.
“Nelle curve e al braccio degli emiri: Palestina, la bandiera liberata”. Così La Stampa nel parlare del successo della “causa palestinese” al Mondiale di Qatar, dentro e fuori gli stadi. Al riguardo si legge che “le magliette per la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, uccisa dall’esercito israeliano, vengono portate senza che nessuna sicurezza ne chieda conto”. E che la sciarpa della squadra nazionale di calcio, che non era in produzione, “si trova in ogni bancarella o negozio”.
Il Corriere, riprendendo un tema emerso sulla stampa inglese, parla di “faida” interna al ramo locale della famiglia Rothschild. A far emergere la frattura, secondo alcuni giornali, la regia delle recenti esequie del finanziere Evelyn de Rothschild “tenutesi alla sinagoga liberale di St John’s Wood”. Il discorso principale, in tale occasione, “è stato affidato non ai figli, non a Lord Jacob, quarto barone de Rothschild e cugino di Sir Evelyn, bensì all’ex presidente Usa Bill Clinton, arrivato a Londra con la famiglia: i contrasti devono essere sembrati chiari anche a lui se nel suo intervento ha fatto appello all’unità”.
È scomparso lo scrittore e filantropo francese Dominque Lapierre. Tra i suoi libri più celebri Gerusalemme! Gerusalemme! in cui, insieme a Larry Collins, aveva affrescato “il racconto della nascita dello Stato di Israele” (Corriere).
Adam Smulevich
(5 dicembre 2022)