Piero Dello Strologo,
la cultura del dialogo
Piero Dello Strologo fa parte di una generazione che ha attraversato la più grande tragedia del ventesimo secolo. Nel pensare a lui vengono in mente suoi contemporanei che hanno avuto un’esperienza analoga e si sono posti domande analoghe. Tra queste c’è Hans Jonas che, di fronte ai cancelli di Auschwitz, dove era stata uccisa la madre, a chi gli domandò quali fossero i suoi pensieri rispose: “Come faremo a parlare di tutto questo e chiedere agli uomini, soprattutto ai giovani, di avere fiducia l’uno nell’altro?”.
Forse Piero Dello Strologo si poneva una domanda analoga, quando volle dedicare la sua Associazione culturale a Primo Levi, che aveva avuto la forza di parlare, di raccontare, di interrogarsi, di interrogare, come molti altri non osavano fare. Forse lo legava a Primo Levi, oltre a rapporti di parentela, anche la domanda posta ne La tregua, se lasciare il proprio Paese dal quale ci si sentiva traditi da leggi ignobili o combattere dove si era nati e vissuti. La sua risposta fu quella di Primo Levi, rimanere e combattere, con le idee, con il sapere, con la sensibilità, con il confronto.
Forse si deve anche a questo l’impegno di Piero dello Strologo in quelle organizzazioni ebraiche con le quali aveva un legame contraddittorio e relativamente nuovo rispetto al passato.
Il quesito del quale Piero Dello Strologo era portatore era quello del legame tra un’identità, alla quale lo legava una storia e un’esperienza, e un impegno civile che doveva dare luogo a una riflessione che ha ancora oggi un’attualità inedita, quella di essere cittadini rivendicando una propria specificità ed eventualmente diversità.
Ho conosciuto Piero Dello Strologo nel 1987, al Congresso dell’Unione delle Comunità Ebraiche che si apprestava a modificare le Intese con lo Stato italiano. Uno dei punti qualificanti del nuovo testo, che due anni dopo sarebbe diventato legge dello Stato, era l’adesione volontaria alla Comunità e non l’iscrizione alla nascita. C’era tuttavia un altro punto che avrebbe impegnato il “fronte laico” del quale Piero era parte: la possibilità di essere eleggibili negli organismi comunitari pur avendo contratto matrimonio misto, ovvero di essere al di fuori di quella che era chiamata nel testo originario, da modificare, “regolare condotta religiosa”. Il fronte, che per comodità ho definito laico, vedeva una delle figure note della cultura ebraica italiana, Tullia Zevi, impegnata in un confronto con il rabbinato guidato, all’epoca, da una figura altrettanto nota e rispettata, il rabbino Elio Toaff. Piero Dello Strologo era impegnatissimo nel Congresso ma, molto probabilmente, affiancò su questo punto, i dirigenti delle piccole Comunità e, tra gli altri, la sorella Pupa Garribba – particolarmente attiva su questo punto – nell’individuare un compromesso accettabile. La soluzione, trovata nella notte, portò a scrivere nelle Intese che il candidato eletto si sarebbe impegnato al rispetto delle regole della Tradizione “nell’esercizio delle sue funzioni”, per garantire una continuità dell’ebraismo stesso.
Qualche anno dopo un problema meno complesso, ma altrettanto interessante, si pose quando l’Unione fu in condizione di assumere un responsabile dell’educazione e della cultura. Un’altra figura nobile dell’ebraismo italiano, Clotilde Pontecorvo, dichiaro che non sarebbe stato d’obbligo – come aveva ipotizzato il presidente, altra persona di rilievo, Amos Luzzatto – cercare un rabbino. La discussione poneva evidentemente il problema della secolarizzazione dell’ebraismo stesso.
Il dibattito coinvolse varie persone del gruppo che aveva avviato una discussione suscettibile di interessanti sviluppi: il ruolo della religione nella costruzione dell’identità. La soluzione che si trovò fu interessante: la selezione non avrebbe privilegiato la qualifica di rabbino, ma la capacità del candidato – al di là di altre caratteristiche – di leggere e commentare in ebraico un passo del Talmud. La dimensione culturale andava privilegiata rispetto ai titoli formali.
Piero Dello Strologo, componente di una famiglia che aveva perso 13 persone durante la Shoah, era parte di questa tradizione ebraica italiana fondata sul rispetto per un’identità specifica come componente di una cultura più ampia, fatta di confronto, di scontro, di dialogo, di ricerca delle forme possibili della convivenza. La sua creatura, il Primo Levi, ha operato in questa direzione.
Nel ricordarlo e attribuendo a lui il premio con cui aveva chiamato a Genova prestigiosi studiosi e intellettuali è, di certo, presente la volontà di continuare un percorso prefigurato e attuato con cura, sia sul piano locale sia sul piano nazionale, in ambito ebraico e in quel contesto sociale in cui Piero ha creduto e al quale ha dedicato il suo impegno civile e democratico.
Saul Meghnagi, pedagogista e Consigliere UCEI