“I nostri cari ostaggio di Hamas,
il mondo ci ascolti e ci aiuti”

Da vari anni ormai si consuma a Gaza una violazione umanitaria aberrante. Due cittadini con disturbi mentali e i corpi di altrettanti soldati israeliani uccisi nell’estate del 2014, uno dei quali durante un cessate il fuoco, sono infatti trattenuti dal gruppo terroristico Hamas senza che nulla si sappia della loro sorte. Per la prima volta da quando si è aperto questo vuoto nelle loro esistenze i familiari di Avera Mengistu e Hisham Al-Sayed, Hadar Goldin e Oron Shaul, si trovano insieme all’estero, sostenute dalle ambasciate d’Israele in Italia e presso la Santa Sede, per far sì che la loro voce di protesta sia ascoltata. Tra Roma e Vaticano, una missione che li ha portati a raccogliere tra gli altri la solidarietà del papa, di esponenti del governo italiano e delle istituzioni europee e a ricevere anche l’abbraccio della Comunità ebraica cittadina durante l’accensione del quarto lume della Chanukkiah nel Tempio Maggiore.
“È la prima volta che viaggiano tutti insieme. Il momento scelto non è casuale, vista la coincidenza di Chanukkah e festività cristiane. Una circostanza simbolica quella che ci ha portati dal papa, sperando che le sue relazioni speciali con il mondo islamico possano essere d’aiuto” dice a Pagine Ebraiche Shuli Davidovitch, direttrice della Divisione per la Diaspora e gli Affari Religiosi al Ministero degli Esteri israeliano. “Purtroppo – sottolinea – allo stato attuale non abbiamo informazioni relative né agli ostaggi, né ai corpi dei caduti. Hamas non ci ha mai fatto sapere niente. Sappiamo però che il prezzo richiesto è alto: la liberazione di centinaia di terroristi”. Un tema, afferma, “sul quale in Israele c’è dibattito, anche perché purtroppo vari terroristi liberati nell’ambito dello scambio che ha portato al ritorno a casa di Gilad Shalit sono tornati a fare quello che facevano prima della cattura”. Un punto fondamentale, prosegue, “è che la comunità internazionale capisca che c’è un tema umanitario e che il comportamento di Hamas viola ogni più elementare diritto”. Alla pratica, conclude la funzionaria, “stiamo lavorando notte e giorno, perché Israele non lascia indietro nessuno a prescindere dalla sua identità: ebrei e non ebrei non fa differenza alcuna”.
“Siamo andati dal papa perché questo è un tema anche religioso. L’anima delle persone appartiene a Dio, non la si può trattenere in questo modo indegno” spiega il fratello di Hadar Goldin, con al fianco la madre. “Ho visto il papa commosso. Ci ha garantito che userà la sua influenza per portare attenzione su questa vicenda. Nel frattempo – chiosa – noi continueremo ad avere speranza: è un bene che, come ebrei e come cittadini israeliani, non abbiamo il privilegio di poter mai perdere”. Auspica una solidarietà forte anche dal mondo ebraico la madre del soldato. “È essenziale affinché, anche nell’opinione pubblica in Diaspora, non cada il silenzio sui nostri cari. In Israele c’è grande solidarietà: la avverto nella gente comune che ci abbraccia ed esprime calore in tanti modi. A livello istituzionale talvolta si ha invece l’impressione che si preferirebbe più ‘silenzio’ da parte nostra. Una conseguenza, presumo, dal trauma innescato dal caso Shalit”.
Speranza che anche la famiglia Mengistu sta cercando di non perdere. “In questi anni abbiamo incontrato vari capi di Stato e ministri. Oggi, dialogando con il papa, abbiamo avuto la sensazione che il suo contributo potrà risultare significativo”, la loro valutazione a margine della visita in Vaticano. “Ogni famiglia ha la sua storia e il suo percorso all’interno di questo Paese. Agire insieme ci dà però più forza che muovendoci singolarmente. Noi etiopi per fortuna abbiamo molta fede: siamo persone credenti, unite, con un forte senso di comunità. Caratteristiche che ci aiutano ad affrontare questa prova durissima”.
(Nell’immagine: l’accensione della Chanukkiah con i familiari di Avera Mengistu)