Steven Spielberg, James Gray:
due storie ebraiche al cinema

A Natale la casa dei Fabelman diventa inconfondibile. È quella buia, come nota il piccolo Sammy – la sola nel quartiere a non sfavillare di mille luci e decorazioni. È una delle tante immagini destinate a stamparsi nella memoria dello spettatore di The Fabelmans, uno dei film più attesi dell’anno e la prima celebrata incursione nell’autobiografia di Steven Spielberg. A 75 anni il regista torna con un racconto che esplora il suo mondo bambino e ricapitola il senso più ampio dell’esperienza ebraica americana. Scritto durante la pandemia con Tony Kushner, il film schiera nel ruolo del padre Paul Dano e in quello della madre Michelle Williams. Gabriel Labelle è il regista da piccolo e Seth Rogen un amico di famiglia che per il ragazzino diventa un’importante figura di riferimento. The Fabelmans torna su temi già adombrati in altri film, a partire dal difficile rapporto con la figura paterna. Si tratta però di un film semi-autobiografico in cui la memoria s’intreccia con la passione per il cinema, che è l’altro grande tema portante di questo film. Le scene più toccanti sono di fatto quelle che ci riportano alle radici di una vocazione destinata a lasciare un segno indelebile nell’immaginario collettivo. Ecco Sammy, che nel dopoguerra sogna di diventare un filmaker e sviluppa le intuizioni che saranno la chiave della sua arte. Ecco la madre, uno spirito libero, che lo sostiene e il padre che in principio non vuole saperne.Quando dall’Arizona la famiglia si trasferisce nel nord California, vediamo Sammy che sperimenta per la prima volta l’antisemitismo dei compagni e mentre scopre un segreto che spezzerà la sua famiglia riversa tutto se stesso nel cinema girando video a casa, a scuola e nei boy scout.
Paragonato all’autobiografico Radio Days di Woody Allen, The Fabelmans compone un ritratto che incastona l’esperienza di un bambino nel quadro della storia. “Essere ebreo nel resto dell’America non è come esserlo a Hollywood”, ha spiegato il regista in un’intervista con A.O. Scott sul New York Times. Se nella capitale del cinema significa entrare in un circolo popolare, altrove suscita diffidenza se non addirittura aperta ostilità. Nel film il giovane Sammy userà la sua abilità con la cinepresa per farsi accettare. È un finale che rispecchia l’ottimismo e le speranze che animano l’ebraismo americano negli anni delle grandi battaglie per i diritti civili ed è un potente invito a riflettere sul nostro tempo. La rinascita dell’antisemitismo, sostiene Spielberg, ha responsabili precisi. “Non ci sono stati i consueti corsi e ricorsi della storia, ma un chiaro invito a una danza tossica dell’antisemitismo che rientra in un’ideologia di separazione e razzismo, islamofobia e xenofobia”.
Un’altra infanzia ebraica americana arriva al cinema insieme a quella di Steven Spielberg. In Armageddon Time – Il tempo dell’Apocalisse il regista James Gray (The Immigrant) torna sulla sua esperienza di bambino, figlio di immigrati ebrei dalla Russia, nella New York negli anni Ottanta. Nell’arco di due mesi, fra l’inizio della scuola e Thanksgiving, lo seguiamo nella sua presa di coscienza mentre sullo sfondo incombe l’elezione di Reagan. Anche qui gli attori sono di spicco. La madre è Anne Hathaway; il padre Jeremy Stronger e il nonno Anthony Hopkins mentre Michael Banks Repeta interpreta l’undicenne Paul Graff. Come il Sammy di Spielberg, il ragazzino sogna il cinema ma la sua strada è costellata di ostacoli. Solo il nonno incoraggia i suoi sogni, i genitori lo esortano invece a carriere più realistiche. Anche qui il primo impatto con il razzismo avviene nella nuova scuola privata. Qui la sua strada incrocia quella di due persone reali, Maryanne e Fred Trump, sorella e padre del futuro presidente. Sono dettagli basati sull’esperienza del regista, che come Maryanne e Donald Trump ha studiato alla Kew-Forest School, un istituto che fra i maggiori benefattori vede Fred Trump, e nel film assumono un valore di premonizione degli anni del reaganismo imminente.
In quest’atmosfera, quando l’amico Johnny, afroamericano, è preso di mira dai compagni e dagli insegnanti, le parole del nonno sono fondamentali. L’uomo esorta il nipote a essere un uomo, un “mensch” – a dimostrare solidarietà, carattere e schierarsi dalla parte dei più deboli. E mentre gli racconta della madre, i cui genitori sono stati uccisi perché ebrei dai Cosacchi, quand’era solo una ragazzina e dell’odio che ha massacrato gli ebrei d’Europa, il presente inevitabilmente si salda alla memoria del passato. Per Paul, la lezione si risolve in una contraddizione sul ruolo del potere, dello status e del denaro in un’America dove ogni bambino può diventare presidente, ma bambini come Johnny sembrano votati alla sconfitta.

Daniela Gross

(Nelle immagini: una scena di The Fabelmans e In Armageddon Time)