Il Qatar e la strategia dei wahabiti

A proposito del cosiddetto Qatargate, Angelo Panebianco, nell’articolo Il Qatar e i politici fragili, pubblicato dal Corriere della Sera lo scorso 28 dicembre, ha completamente rovesciato l’impostazione che finora era stata data dai media, soprattutto italiani ma non soltanto. Stampa e televisione avevano infatti posto l’accento sull’attività dei corrotti – politici o funzionari che fossero – e sugli aspetti più spettacolari dei mucchi di danaro ritrovati in borse e valigette. Da un punto di vista giornalistico questa scelta ha evidentemente pagato, non solo, ma ha anche sollecitato una riflessione sul sistema di controlli in atto nelle istituzioni europee e segnatamente nel Parlamento europeo.
In ombra – o se vogliamo solo sullo sfondo – era rimasta l’altra faccia della medaglia, cioè il ruolo dei corruttori, e quindi del governo del Qatar e, sia pure in maniera diversa, come vedremo, di quello del Marocco. Soprattutto non è stato fatto oggetto di analisi l’ipotesi che questa attività non fosse legata a episodi specifici e particolari, ma viceversa fosse parte di una strategia di più ampio respiro di cui gli episodi avvenuti al Parlamento europeo erano soltanto una spia parziale e limitata.
Rovesciata così l’impostazione, è venuta alla luce, anche se finora in maniera limitata ed episodica, una vera e propria strategia messa in atto dal governo del Qatar, nel quale è al potere la corrente islamica dei wahabiti. I Wahabiti sono una corrente islamica relativamente recente, che risale al XVIII secolo, con il programma di un radicale ritorno all’ortodossia coranica. Ha avuto una certa diffusione nel deserto arabico ma in realtà è rimasta fondamentalmente minoritaria fino agli anni ‘70 del XX secolo, acquistando in seguito una certa notorietà a causa dell’appartenenza alla corrente di personaggi come Osama Bin Laden. In realtà solo con l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani, nato nel 1980, il Qatar ha imboccato una strada del tutto diversa che ha condotto all’attuale notorietà.
Il Qatar è balzato improvvisamente alla notorietà di un pubblico vasto in seguito allo svolgimento, in condizioni proibitive, dei campionati mondiali del mondo di calcio tenuti in Qatar nell’autunno del 2022. In realtà questo evento, che sembrava mettere in evidenza un ruolo particolarmente rilevante del piccolo emirato del Golfo, ha finito per rivelarsi una sorta di boomerang. Dapprima sono sorte le polemiche per le condizioni di vita degli emigrati che erano stati utilizzati per la costruzione dei mastodontici impianti sportivi. Ma il vero e proprio scandalo Qatargate è esploso a causa della rivelazione di una serie di episodi corruzione di cui si sono resi protagonisti alcuni parlamentari e funzionari europei che hanno favorito il raggiungimento degli scopi che i dirigenti del Qatar si erano proposti. L’opinione pubblica è stata colpita non solo dagli episodi di corruzione come tali, ma anche dall’arroganza, dalla certezza dell’impunità ostentata dai protagonisti dello scandalo Qatargate.
Ma sarebbe un errore fermarsi a questi episodi scambiandoli per la vera sostanza di ciò che sta accadendo. Il vero nodo è un altro: è la politica che il Qatar sta conducendo, non da oggi e non solo in Medio Oriente, cercando di porsi come potenza egemone, in contrapposizione ai paesi che hanno stretto gli Accordi di Abramo, (Emirati Arabi Uniti, Bahrein) e ai paesi con cui Israele aveva già raggiunto un accordo (Egitto, Giordania), a cui si aggiunto il Marocco. A proposito del Marocco, anche questo paese è stato coinvolto nelle pratiche corruttive ma va messa in evidenza una rilevante differenza rispetto al Qatar: mentre quest’ultimo paese ha messo in atto una strategia che, in prospettiva, ha come obiettivo la conquista dell’egemonia in tutto il mondo islamico o comunque quella di acquistare un peso rilevante in questo mondo, l’obiettivo principale del governo marocchino sembra essere essenzialmente quello di ottenere, in particolare dai paesi arabi, il consenso all’annessione di fatto dell’ex colonia spagnola del Sahara occidentale, un’annessione che non è mi stata riconosciuta dall’Onu.
Ma l’ambizione dei governanti del Qatar va oltre l’area mediorientale: essi perseguono una politica volta a conquistare il consenso del maggior numero di comunità islamiche nel mondo, portandole su posizioni wahabite, cioè sulle posizioni più radicali presenti nel mondo islamico. Questa politica viene perseguita in maniera molto abile, non per mezzo di gesti clamorosi, di attentati, di atti di violenza, ma attraverso una paziente opera di penetrazione dal basso di cui una componente fondamentale è la conquista del consenso nelle moschee di tutto il mondo islamico. Strumento principe di questa strategia è l’ampia disponibilità di mezzi finanziari di cui il Qatar gode e che vengono usati per costruire nuove moschee a capo delle quali vengono posti imam affidabili, cioè fedeli alla linea wahabita.
Certo, anche altri stati del Golfo hanno ampie disponibilità finanziarie, a partire dagli Emirati Arabi Uniti, ma in questo caso la classe dirigente ha scelto una strada del tutto diversa: da un lato ha puntato tutto sullo sviluppo di un sistema finanziario e turistico imponente, dall’altro ha scelto la via della pace con Israele che si è concretizzata negli Accordi di Abramo.
Condizione perché questa opera di penetrazione sia possibile è il principio della Umma – cioè della comunità dei credenti, in base al quale tutti i musulmani sono fratelli, anche se appartengono a correnti e a riti diversi – che consente la permeabilità tra correnti diverse dell’Islam. Né va dimenticata l’opera di persuasione svolta attraverso l’emittente TV Al Jazeera, che ha una voce per il mondo occidentale e un’altra per quello islamico.
Corollario di questo lavoro è la penetrazione con varie modalità nelle Università e negli istituti di ricerca del mondo occidentale, sensibili alle allettanti offerte di finanziamento. Lo scopo di questa attenzione verso il mondo occidentale è quello di rassicurare, di mettere in evidenza che dal Qatar e dal mondo wahabita non c’è da temere attentati o atti di violenza, che anzi esiste un comune interesse verso alcuni aspetti dello stile di vita occidentale, i massicci investimenti in attività sportive corrispondono a questa tattica. Abbiamo avuto prima l’acquisto della squadra di calcio Paris Saint Germain e poi il colpo più grosso: aver ottenuto l’organizzazione dei campionati del mondo di calcio, con investimenti massicci e in condizioni tali da far emergere, alla fine, alcuni aspetti negativi, primi tra tutti le condizioni di vita dei lavoratori immigrati. Anzi, proprio questo aspetto, insieme alle rivelazioni sulle pratiche corruttrici nei confronti di alcuni politici e funzionari delle istituzioni europee, sembra essere stato quello che ha cominciato a far emergere una realtà che finora era rimasta coperta o ignorata,
In effetti le fonti che mettono in evidenza la vis operandi dei wahabiti sono assai scarse e riguardano realtà periferiche: si può per esempio citare la raccolta di documenti “Qatar Papers” pubblicata in Francia nel 2019 a cura di Christian Chesnot e di Georges Malbrunot, e subito tradotta in italiano da Rizzoli, senza che però abbia avuto una diffusione e un’attenzione adeguati. La documentazione prodotta riguarda quasi esclusivamente la Francia, anche se un capitolo è dedicato all’Italia. D’altra parte è la stessa tattica finora usata dal Qatar, che li ha messi al riparo delle attenzioni dei servizi occidentali: non costituendo una minaccia palese di atti di violenza, hanno potuto sfuggire alle forme di sorveglianza più comuni, anche perché in apparenza non violavano alcuna legge e anzi godevano del sostegno più o meno disinteressato di alcune forze politiche occidentali.
L’ultima osservazione riguarda lo strumento fondamentale di questa opera di penetrazione: un uso spregiudicato e in questo senso del tutto nuovo per il mondo islamico del danaro, di cui il Qatar abbonda in virtù delle grandi risorse di petrolio e di gas naturale di cui dispone, e che è divenuto lo strumento chiave per la penetrazione delle idee wahabite nel mondo islamico e per l’abbassamento della guardia da parte dell’Occidente.

Valentino Baldacci