La fallimentare strategia dell’Olp
Nei giorni scorsi l’interminabile contenzioso tra israeliani e palestinesi si è arricchito di due nuovi capitoli che in realtà, come vedremo, niente aggiungono alla storia di questo contenzioso.
Il primo riguarda la risoluzione con la quale l’Assemblea generale dell’Onu ha dato mandato alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja di “valutare le conseguenze dell’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele”. Il secondo riguarda la discussa “passeggiata” del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir sul Monte del Tempio (“Spianata delle moschee” per gli islamici).
Vediamo per prima la vicenda della votazione all’Assemblea generale dell’Onu, anche se le due vicende, pur così diverse, appaiono connesse se non altro dal punto di vista temporale.
Il primo aspetto da prendere in considerazione è il risultato stesso della votazione: apparentemente si tratta di un successo schiacciante dei paesi sostenitori della risoluzione: 87 voti a favore, 26 contrari. Ma se si osserva che ben 53 paesi si sono astenuti, allora il senso della votazione cambia. Astenersi in una votazione del genere significa non condividere l’opinione che è opportuno rimettere alla Corte internazionale dell’Aja una decisione politica come quella relativa ai territori contesi in Palestina. Se poi si guarda più da vicino quali sono i paesi che hanno preso questa o quella posizione, ci si accorge che, accanto ai paesi compattamente schierati a favore della risoluzione cioè i paesi islamici e quelli che hanno una posizione decisamente antioccidentale a prescindere dal merito della questione, Russia e Cina per primi, e prescindendo anche dai paesi che sono comunque a fianco di Israele, a partire dagli Stati Uniti (ma anche Australia e Canada), ci si accorge che tra gli astenuti (o addirittura tra i contrari) figurano grandi paesi come Francia, India, Giappone, Brasile, Gran Bretagna. Forse l’aspetto più interessante è dato dal comportamento dei paesi che fanno parte dell’Unione europea, che hanno votato in modo assolutamente sparso, dividendosi tra le tre posizioni possibili: cosi abbiamo paesi che si sono schierati a favore della risoluzione, come Danimarca, Malta, Irlanda, altri che si sono astenuti, come la già ricordata Francia, l’Olanda, la Spagna, altri ancora che hanno assunto una posizione decisamente contraria, come la Germania, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Romania, l’Austria, la Croazia e la stessa Italia.
Ma l’aspetto più rilevante che va messo in evidenza non è nemmeno il risultato numerico della votazione, anche se non si può non rilevare che, rispetto al problema del conflitto israelo-palestinese, nel corso dei decenni ci sia stata una sensibile dislocazione di molti paesi: in passato, infatti, votazioni simili registravano vaste maggioranze contrarie a Israele, che spesso si è trovato a contare solo sull’appoggio degli Stati Uniti e di pochi altri paesi.
Ma tutto ciò ci rimanda alla vera questione, che riguarda la strategia dell’Autorità Nazionale Palestinese. una strategia basata sulla convinzione che solo creando un massiccio schieramento internazionale a suo favore avrebbe potuto raggiungere l’indipendenza della Palestina, mentre rifiutava di fatto la strategia delle trattative dirette con Israele,
Bisogna dire che questa seconda – e sicuramente più fruttuosa – strada è stata bruciata, forse per sempre, dall’esito dei colloqui di pace di Camp David promossi dal presidente americano Bill Clinton nell’estate 2000, dove si arrivò a un passo dall’accordo, vanificato all’ultimo momento dal leader palestinese Yasser Arafat, che voleva aggiungere ai punti sui quali era stato raggiunto l’accordo il diritto per tutti i palestinesi che avevano lasciato la loro terra in seguito alla guerra del 1948-49 e a quelle successive. Non solo, ma tale diritto doveva essere esteso anche ai loro discendenti, anche se vivevano ormai in Egitto, in Giordania o in altri paesi. L’applicazione di questo principio avrebbe provocato un tale sconvolgimento nell’equilibrio demografico della popolazione complessiva di Israele che, nonostante la volontà di Ehud Barak e di Shimon Peres di arrivare a un accordo, esso non fu accettato. Il rifiuto provocò non soltanto il fallimento dell’accordo ma fu l’occasione per lo scatenamento della seconda intifada, ben più feroce e sanguinosa della prima. Da allora, nonostante vari tentativi da parte dei paesi occidentali e in particolare degli Stati Uniti, e nonostante varie ipotesi di accordo, di fatto la trattativa non è mai stata ripresa seriamente, senza contare la strategia terroristica di Hamas e della Jihad islamica.
La conclusione di questa vicenda – e di altre analoghe – ha messo in evidenza che la strategia dell’Olp è destinata al fallimento e che solo trattativa politiche dirette con Israele – magari mediate dalle grandi potenze come gli Stati Uniti – potrebbero far uscire dallo stallo in cui si trovano. Non si può non aggiungere che, mentre dopo gli accordi di Oslo e per molto tempo ancora, prevaleva nell’opinione pubblica israeliana ma anche in quella internazionale, la speranza che un accordo si sarebbe trovato, adesso la soluzione “due popoli due stati” trova un consenso sempre più debole da entrambe le parti. Tanto più che nessuna influenza sulle posizioni palestinesi hanno avuto gli Accordi di Abramo, che avevano fatto sperare che potessero avere un’influenza anche in campo palestinese. In realtà l’aspra concorrenza tra Olp e Hamas e il radicalismo di quest’ultima blocca in partenza ogni ipotesi di trattativa.
Valentino Baldacci
(11 gennaio 2023)