Per una tecnologia etica
“L’ebraismo benedice il progresso tecnologico, ma, come ci insegna la vicenda del Golem, tiene fermo un principio: che sia sempre l’uomo ad avere il controllo della tecnologia e mai il contrario”. Per questo, ha ricordato in queste ore rav Eliezer Simha Weisz, membro del Consiglio del Gran Rabbinato di Israele, è importante l’iniziativa “Rome Call for AI Ethics”. Un appello lanciato nel 2020 dalla Santa Sede per promuovere una algoretica, ovvero uno sviluppo etico dell’intelligenza artificiale. Un appello a cui hanno aderito ora anche il mondo ebraico e islamico attraverso la firma del documento in Vaticano da parte di rav Weisz e dello sceicco Abdallah bin Bayyah, presidente del Forum per la pace di Abu Dhabi e presidente del Consiglio emiratino per la Sharia Fatwa. Al loro fianco, Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita e primo promotore della Call dal febbraio 2020. “Le tre religioni abramitiche firmano la Rome Call for AIEthics. L’algoretica è una grande opportunità per un dialogo di pace”, il commento di monsignor Paglia. “È un’iniziativa molto importante: dovremmo continuamente avere commissioni etiche che controllino l’avanzamento tecnologico”, ha sottolineato rav Weisz. Nel suo intervento ha poi ricordato la leggenda del Golem. “Una creazione, si racconta, nata usando i testi della Kabbalah e realizzata per proteggere la comunità. Ma quello che ci ricordano i maestri in ogni singola storia collegata al Golem è che alla fine questo viene distrutto o smantellato”. Una lezione sul fatto che “ogni cosa creata dall’uomo deve essere da lui controllata”. All’uomo, ha aggiunto il rav, Dio affida il compito di continuare a sviluppare la sua creazione, di perfezionarla. “Come diciamo nelle nostre preghiere quotidiane: Le-taken olam be-malkhut Shaddai”. Riparare il mondo “è un nostro dovere”. “Dobbiamo mirare al cielo”, senza però mai perdere il controllo sul proprio agire. Ed è questo anche il richiamo dell’appello lanciato dalla Chiesa nel 2020 in cui si chiede a chiunque sia impegnato nella realizzazione di sistemi di intelligenza artificiale di essere consapevole di ciò questi faranno, considerando anche le conseguenze previste e potenzialmente indesiderate. “Affinché l’IA (intelligenza artificiale) possa agire come strumento per il bene dell’umanità e del pianeta, dobbiamo porre al centro del dibattito pubblico il tema della tutela dei diritti umani nell’era digitale. È giunto il momento – si legge nell’appello – di chiedersi se nuove forme di automazione e attività algoritmica richiedano lo sviluppo di maggiori responsabilità. In particolare, sarà essenziale considerare una qualche forma di “dovere di spiegazione”: dobbiamo pensare a rendere comprensibili non solo i criteri decisionali degli agenti algoritmici basati sull’IA, ma anche il loro scopo e i loro obiettivi. Questi dispositivi devono essere in grado di offrire agli individui informazioni sulla logica alla base degli algoritmi utilizzati per prendere decisioni. Ciò aumenterà la trasparenza, la tracciabilità e la responsabilità, rendendo più valido il processo decisionale assistito dal computer”.
Una riflessione ripresa anche da Paolo Benanti, professore straordinario di Etica delle tecnologie presso la Pontificia Università Gregoriana e direttore scientifico della Fondazione RenAIssance in apertura dell’evento. Le analisi sul tema proseguono in queste ore con diversi protagonisti tra cui Aviad Hacohen, presidente dell’Academic Center for Law and Science di Hod HaSharon in Israele e già decano della facoltà di legge.
Presente all’incontro anche una delegazione ebraica dall’Italia, con il Consigliere UCEI con delega al dialogo interreligioso Guido Coen, rav Joseph Levi, Marco Cassuto Morselli, Lisa Palmieri Billig ed Eva Ruth Palmieri.