DafDaf – Un’idea, tante possibilità

Continua sul numero 137 di DafDaf la rubrica di Daniel Reichel dedicata a una particolarità israeliana, questa volta con una puntata sul kibbutz urbano. “Si tratta – racconta – di comunità cooperative nate da ex membri dei kibbutz e diplomati del programma Nahal (Gioventù Pioniera Combattente, un programma che combina il servizio militare con il servizio civile). Questi due gruppi insieme decisero di riprendere l’aspetto collettivo della vita dei kibbutzim per portarla all’interno del contesto cittadino”.
Uno di questi è nato nel 2008 nella piccola Gedera, e come tutti i kibbutzim urbani è forte l’impegno a migliorare l’istruzione e il benessere sociale del luogo in cui si trova. A Gedera, dei 30mila abitanti circa 1500 sono di origini etiopi e fanno quindi parte della comunità ebraica dei Beta Israel, che ha avuto difficoltà a integrarsi nella competitiva società israeliana. Buona lettura!

a.t. social @ada3ves

Un’idea, tante possibilità

Abbiamo passato in rassegna negli scorsi numeri alcune storie e forme di kibbutz.
Sappiamo che queste forme di vita in comune hanno come tratto comune il lavoro agrario: dalla coltivazione dei campi all’allevamento di bestiame.
Immaginiamo giustamente quindi realtà fuori dalla città. E in effetti è così, però negli anni Sessanta e Settanta del Novecento ha iniziato a svilupparsi anche una versione che invece coinvolge la città: il kibbutz urbano.
Si tratta di comunità cooperative nate da ex membri dei kibbutz e diplomati del programma Nahal (Gioventù Pioniera Combattente, un programma che combina il servizio militare con il servizio civile).
Questi due gruppi insieme decisero di riprendere l’aspetto collettivo della vita dei kibbutzim per portarla all’interno del contesto cittadino.
Oggi ne esistono circa un centinaio e solo quattro fanno parte del movimento ufficiale dei kibbutz. In questa versione, singoli e famiglie mettono in comune i propri appartamenti, parti di edifici o interi quartieri e li gestiscono in forma comunitaria.
Insieme.
Il tratto comune tra dei kibbutzim urbani è l’impegno a migliorare l’istruzione e il benessere sociale delle parti di città in cui nascono.
Uno di questi è nato nel 2008 nella piccola Gedera, cittadina nel sud d’Israele, a una quindicina di chilometri dalla città costiera di Ashdod.
Dei 30mila abitanti, circa 1500 sono di origini etiopi e fanno quindi parte della comunità ebraica dei Beta Israel.
Una realtà antica, ma che in Israele ha trovato casa dalla fine degli anni Ottanta.
Molte delle famiglie etiopi di Gedera, arrivate in condizioni di estrema povertà, hanno avuto una certa difficoltà a inserirsi nella competitiva società israeliana. Per aiutare a integrarli, è nato il progetto del kibbutz urbano.
Quest’ultimo è composto da una decina di famiglie, che gestiscono insieme diversi progetti educativi e sociali, tra cui un circolo giovanile che ha sede in un appartamento di Gedera.
“L’intenzione è quella di restituire un senso di appartenenza ai giovani che si sentono soli, e di rafforzare la loro identità ebraico-etiope”, aveva dichiarato ad Haaretz Yuvi Tashome, cofondatrice del gruppo.
Mettendo in comune esperienze, aiutando i più giovani nello studio, creando spazi di condivisione, spiegava Tashome, molti ragazzi hanno trovato la propria strada, riuscendo a scuola, laureandosi all’università e trovando lavori in grado di sostenerli.
Questo, sottolineava ancora Tashome, è un esempio di come lavorano i kibbutz urbani per migliorare alcuni aspetti delle città e delle persone che ci vivono.

d.r.

Operazione Solomon

In meno di 24 ore circa quindicimila persone furono portate in salvo dall’Etiopia, dove era in corso una guerra civile e una carestia, e approdarono in Israele.
Fu la cosiddetta “operazione Solomon”, la complessa missione che nel 1991 le autorità israeliane organizzarono per prestare soccorso agli ebrei etiopi, una realtà antica nota come Beta Israel. L’operazione Solomon fu la terza missione di questo tipo condotta per portare in Israele questa comunità. E fu la più complessa. Il tragitto Addis-Abeba-Israele fu percorso in tutto 41 volte. L’areonautica mise a disposizione sei Boeing 707 di El Al e 18 aerei Hercules in grado di trasportare in tutto 18mila persone. Agli aerei furono tolti i sedili per raccogliere il maggior numero di persone possibili. In alcuni aerei salirono oltre mille persone, un’enormità, se considerate che quel numero rappresenta un record nel trasporto dei passeggeri. “L’Operazione Solomon rappresenta veramente ciò che è il sionismo. – disse Avihu Ben-Nun, comandante dell’areonautica militare israeliana – Dimostra lo scopo dello Stato di Israele: fornire una casa e un rifugio agli ebrei di tutto il mondo che hanno sofferto e sono stati perseguiti solo per il fatto di essere ebrei”.