Israele e la minaccia del terrore,
mentre prosegue la contestazione

Due temi accendono il confronto in Israele: la questione della sicurezza interna, dopo che un nuovo attentato ha colpito Gerusalemme alla vigilia dello Shabbat, uccidendo tre civili (tra cui due fratellini di sei e otto anni). E la discussa riforma della giustizia, contestata anche in queste ore da decine di migliaia di manifestanti scesi in piazza a Tel Aviv e in altre città del Paese.
“Ho condotto una valutazione della situazione e ho ordinato alle forze di sicurezza di agire immediatamente per sigillare la casa del terrorista e demolirla. La nostra risposta al terrorismo è colpirlo con tutte le nostre forze”, le parole del primo ministro Benjamin Netanyahu nel commentare l’ultimo di una serie di attacchi che hanno insanguinato in questi mesi le strade di Israele e della sua capitale. Tra le vittime del 31enne palestinese Hussein Qaraqa i piccoli Yaakov e Asher Menahem Yisrael Paley: si trovavano alla fermata dell’autobus di Ramot in compagnia del padre e di un altro fratello di poco più grande, intenzionati a recarsi a Bnei Brak per una festa di famiglia. Su entrambi è piombata l’auto guidata a tutta velocità dal terrorista, poi neutralizzato dalla polizia: di Yaakov è stata annunciata la morte poco dopo, mentre di Asher, apparso subito in condizioni disperate, il giorno successivo. Ad essere assassinato anche il 20enne Alter Shlomo Lederman, studente di yeshivah da poco sposatosi.
Un nuovo trauma per un Paese costretto a confrontarsi con una recrudescenza particolarmente significativa del terrorismo e in cui la dialettica interna tra maggioranza e opposizione sembra inasprirsi ogni giorno di più. Ieri, nel corso dell’affollata manifestazione di Tel Aviv, l’ex ministra Tzipi Livni ha parlato di scelte dell’esecutivo dal carattere “fascista”, contestandone la legittimità e opportunità. Contestazioni al governo d’Israele in più sedi e in realtà molto diverse tra loro. Anche ad Efrat, in Cisgiordania, dove per la prima volta la protesta è arrivata all’interno di un insediamento.
A commentare la riforma della giustizia è stato anche il presidente Usa Joe Biden, con accenni critici riportati dalla stampa americana in questi termini: “Costruire consenso su nuove proposte – il suo pensiero – è il modo migliore per garantire non solo che vengano accolte, ma che durino”. Divergenze e perplessità erano pervenute anche dal segretario di Stato Blinken nella sua recente missione in Medio Oriente. Un tema che resta incandescente, mentre secondo vari osservatori si profilerebbe all’orizzonte la minaccia di una nuova Intifada.

(Nell’immagine: la manifestazione di protesta a Tel Aviv)