“Medici ebrei e leggi del ’38,
una storia con cui fare i conti”

Una malattia inventata, detta “morbo di K”, permise a un numero significativo di ebrei romani di mettersi in salvo dalle persecuzioni nazifasciste iniziate in città nell’ottobre del ’43. Intuizione geniale e atto di eroismo messo in pratica dal primario dell’ospedale Fatebenefratelli Giovanni Borromeo e dallo studente di medicina Adriano Ossicini, ideatori di una trama che tenne alla larga gli aguzzini dal reparto della struttura dove vari ebrei trovarono accoglienza e rifugio, a pochi metri in linea d’aria dal Tempio Maggiore e dal quartiere teatro della razzia del 16 ottobre. Troppo forte il timore di contrarre quel fantomatico morbo, in realtà inesistente.
A rievocare questa e altre storie un convegno su “I medici ebrei durante le leggi antiebraiche” svoltosi stamane nell’aula magna del Fatebenefratelli, nel quadro delle attività connesse al Giorno della Memoria. Tra gli obiettivi dell’iniziativa – introdotta dai saluti del direttore dell’area clinico-scientifica dell’ospedale Sergio Alfieri, della presidente della Comunità ebraica Ruth Dureghello e dell’assessore comunitario alla Memoria Massimo Finzi – quello di ricostruire un quadro generale della situazione, ma anche di analizzare alcuni casi studio “di talune personalità che hanno rappresentato un’eccellenza nella storia della medicina”. Un modo, è stato spiegato, “per ricostruire un altro tassello di una delle tante vicende drammatiche dei regimi totalitari e razzisti, con particolare riferimento al fascismo”. Tra gli intervenuti, moderati dal direttore del Dipartimento Beni e Attività Culturali della Comunità ebraica Claudio Procaccia, il rabbino capo rav Riccardo Di Segni, i docenti universitari David Meghnagi, Stefano Arieti e Dario Manfellotto, l’insegnante e giornalista Martino Contu. Nel suo saluto la presidente Dureghello ha rilevato come “la professione medica ci abbia salvato tante volte: al tempo del ghetto, ad esempio, quando i medici ebrei potevano partecipare alla vita sociale; ma anche quando ci si è trovati nel momento della scelta rispetto a dove fosse la vita e dove la morte”. Riferendosi all’espulsione dei medici e operatori sanitari ebrei dopo le leggi del ’38, ha poi aggiunto, come tanti, a differenza degli eroi del Fatebenefratelli, “operarono nella direzione del disprezzo della vita umana e dell’asservimento delle loro qualità all’ideologia”. Una storia, è stato sottolineato, con cui è ancora necessario fare i conti.