Mishnè Torà, opera imprescindibile

Si è tenuto a Milano, alla Fondazione Maimonide, un confronto a più voci per presentare il progetto “Libro della Conoscenza” e il volume “Norme sui fondamenti della Torà” di Mosè Maimonide, a cura di Roberto Gatti, con postfazione di rav Michael Ascoli (Edizione Giuntina 2023). A dialogare insieme a Gatti del volume e della figura di Maimonide sono stati Massimo Giuliani, docente dell’Università di Trento e rav Paolo Sciunnach, introdotti da Guido Borella, presidente della Fondazione Maimonide.
Di seguito proponiamo la postfazione del volume firmata da rav Ascoli.

Ciò che maggiormente colpisce nell’opera del Rambam è l’armoniosità, il respiro, il grandioso intento di completezza. Il suo sistema comprende tutto, e tutto racchiude e indirizza al fine ultimo che è la conoscenza del Signore. A questo, ed esclusivamente a questo, l’uomo deve dedicare le proprie energie, nello sforzo di conoscere il Signore sempre più a fondo. Ad affermarlo è lo stesso Rambam, nelle Hilkhot de‘ot: «L’uomo deve indirizzare tutte le proprie azioni al fine di conoscere il Signore benedetto Egli sia soltanto» (III, 2).
È così che possiamo comprendere come egli inserisca nella sua opera normativa nozioni di fisica e di medicina: le prime perché fanno parte della conoscenza del Signore, le seconde perché consentono all’uomo di evitare malattie che gli impedirebbero di concentrarsi sullo studio. Più in generale è significativo che il primo volume del Mishnè Torà sia il Libro della conoscenza, del quale fanno parte sia le Hilkhot yesodè ha-Torà, che comprendono ma‘asè bereshìt e ma‘asè merkavà, dunque astronomia e fisica, sia le Hilkhot de‘ot, le quali includono le regole di alimentazione sana e di medicina. Così come fisica e metafisica non sono distinte e separate, altrettanto vengono assieme insegnamenti di astronomia, regole di comportamento e mitzwot in senso proprio.
La pretesa di completezza del Rambam si riferisce anche alla halakhà stessa, come riportato nell’introduzione alla sua opera:
che tutta la Torà orale sia ordinata e nota a tutti […] parole semplici, 1 chiare, vicine e giuste secondo la regola desunta da tutte le opere e i commenti dai tempi dal nostro santo maestro Rabbì [Yehudà haNasì] e fino ai nostri giorni, affinché siano chiare tutte le regole al grande come al piccolo. In definitiva, affinché nessuno necessiti nessun’altra opera per nessuna regola delle regole ebraiche, bensì che questa opera raduni tutta la Torà orale […], dai tempi di Moshè nostro maestro e fino alla redazione del Talmud e secondo quanto ci hanno spiegato i Gheonìm nelle loro opere.

Di particolare rilievo è il fatto che il Mishnè Torà abbracci tutti gli ambiti trattati dal Talmud. Rambam era pienamente consapevole della particolarità della sua opera. Scrive infatti in una sua lettera:
mi hanno già preceduto grandi maestri nel redigere opere che sanciscono la halakhà […] ma sancire le halakhot relative a tutto il Talmud e a tutte le regole della Torà, non c’è alcuno che mi abbia preceduto dai tempi del nostro santo maestro e la sua cerchia.
Il legame con la Mishnà e con il Talmud è particolarmente importante: sempre nell’introduzione, il Rambam ricostruisce la catena di trasmissione da Moshè fino ai maestri che hanno redatto il Talmud e, con la sua consueta precisione e ricerca di esaustività, individua, senza esitazione o dubbio, tutti i quaranta anelli di questa trasmissione. Ma da quell’epoca in poi non c’è più stata un’autorità veramente centrale per il popolo ebraico, soprattutto a causa della dispersione delle comunità ebraiche. Ecco allora la doppia operazione che il Rambam compie: da una parte la sua opera si ricollega direttamente alla Mishnà, sia nell’approccio sia nella necessità (anche la Mishnà venne redatta in un periodo di disgregazione del popolo e per paura che la tradizione orale andasse persa); dall’altra, i Gheonìm non hanno la stessa autorità del Talmud e le loro decisioni non sono quindi incontrovertibili, mentre proprio il Mishnè Torà assumerà questa funzione di opera definitiva, evidentemente in virtù della sua completezza e della diffusione che avrà.
Da quanto visto finora scaturiscono due questioni fondamentali: 1) quale ruolo intendeva conferire il Rambam allo studio della scienza?, e 2) quale intento va attribuito al Mishnè Torà: una sintesi della halakhà, ossia la migliore antologia possibile della halakhà fino ai suoi giorni, oppure la Halakhà stessa?
Circa la prima questione, la risposta sembrerebbe venire da IV,13:
È vero che i maestri hanno chiamato questi temi «un piccolo argomento» e in effetti hanno detto: «Un grande argomento – il ma‘asè merkavà; un piccolo argomento – le dispute (hawwayot) di Abbayye e di Rava’» (Sukkot 28a; Bava batra 134b).

Il ma‘asè merkavà è la “cosa grande”, di cui per altro nelle Hilkhot yesodè ha-Torà non è stato riportato se non una “goccia di un secchio” (IV,10). Tuttavia, il passo citato pone una difficoltà non da poco:
Inoltre, sono il grande bene che il Santo, che Egli sia benedetto, ha emanato (hishpìa’) per il perfezionamento (le-yishùv) 5 di questo mondo, per poter ereditare la vita del mondo che verrà.

Il contemplare il creato e le sue leggi, la “cosa grande”, porta all’amore e quindi al timore per il Signore, ma ciò non sembra avere conseguenze sull’assicurarsi una parte nel mondo futuro. È il riflesso della distinzione che il Rambam fa fra servire il Signore per amore e servirLo per timore?
Al di là dei dettagli della fisica aristotelica, oggi chiaramente superata, il tema dello spazio che si deve accordare allo studio della scienza come obbligo religioso e come parte del servizio divino, rimane inalterato. Tutto questo non viene affatto ribadito nelle opere di halakhà successive al Rambam, benché siano continuati a esistere in ogni generazione rabbini scienziati. D’altra parte si potrà dire che l’ordine è un tratto caratteristico della cultura greca e che quindi il Rambam sia anche in questo senso debitore, forse inconsapevole, di Aristotele. Si potrà anche osservare che altri commentatori hanno piuttosto dato enfasi a quella che oggi chiameremmo psicologia. Si pensi ad esempio al Ramban, non a caso fortemente critico nei riguardi del Rambam. Il Rambam non vedeva nell’uomo, nell’altro, creatura a immagine di D-o, una meraviglia della creazione che ispirasse amore per il Signore? È stato altresì notato che nelle Hilkhot yesodè ha-Torà è assente l’intervento divino nella storia, il Signore “che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”: è ciò dovuto al fatto che l’uomo, la storia, non conferiscono quel senso di assoluto, eterno e immutabile che invece scaturiscono dalla fisica e dall’astronomia? In effetti il Rambam è fermo sostenitore dell’“argomento teleologico”, secondo il quale la contemplazione di un sistema meravigliosamente organizzato non può che essere la prova dell’esistenza di un essere superiore.

Quanto alla seconda questione, il dibattito è aperto fra gli studiosi. L’ipotesi più moderata è che il Rambam intendesse fornire il compendio ultimativo di quanto scritto fino ai suoi giorni, senza per altro escludere la possibilità che chi ne avesse la capacità studiasse il Talmud. L’altra ipotesi, assai più ardita, è che egli intendesse scrivere la Halakhà definitiva. Ma se è così, davvero il Rambam pensava che non ci sarebbe stata alcuna ulteriore evoluzione? Di certo dal momento in cui è stato scritto il Mishnè Torà, nessuno ne ha potuto più prescindere. Tuttavia, non gli è stato conferito quello status speciale di opera definitiva che il Rambam si proponeva. Al contrario gli sono stati applicati esattamente gli stessi metodi esegetici che valgono per gli altri testi fondamentali dell’ebraismo: attorno al Mishnè Torà sono stati scritti commentari su commentari, come per il Talmud e come poi sarebbe stato per lo Shulchan ‘arukh. L’opera Mishnè Torà è diventata parte integrante e imprescindibile dello studio della halakhà, il metodo del Mishnè Torà no. Lo Shulchan ‘arukh, scritto quattro secoli dopo il Mishnè Torà, è finito per divenire l’opera-base della halakhà. Questa opera non ricalca la struttura del Mishnè Torà, riprende invece quella del Tur, e non contempla una trattazione ordinata delle Hilkhot yesodè haTorà, delle Hilkhot de‘òt e delle Hilkhot melakhìm u-milkhemotehem.

Fin dalla sua pubblicazione, è stato attribuito un intento esoterico al Mishnè Torà, cosa della quale si dà conto nell’introduzione alla presente opera. Nelle Hilkhot teshuvà, il Rambam usa la parola raz, segreto, 17 e questa è una possibile fonte di chi ha voluto attribuirgli questo intento. Occorre rilevare, comunque, che fin dai tempi del Rambam stesso, il suo esoterismo è stato sostenuto con forza dalle stesse persone che gli erano più vicine, come il figlio, Avraham ben haRambam e soprattutto il suo traduttore, ibn Tibbon. 18 La principale questione alla quale si attribuisce l’intenzione esoterica del Rambam è quella dell’eternità del mondo come opposta alla sua creazione: se ci riferiamo alla prima norma delle Hilkhot yesodè ha-Torà, la prima affermazione può essere letta come una prova a favore del D-o creatore:

Il fondamento dei fondamenti e il pilastro delle scienze consiste nel sapere che vi è un Ente primo (matzuy ri’shon). Esso fa esistere ogni ente (we-hu mamtzi’ kol ha-nimtza’).

La seconda sembra invece sottintendere un mondo sempre esistito:
Tutti gli enti (il cielo e la terra, insieme a ciò che si trova in mezzo) esistono solo grazie alla vera essenza del Suo esserci (me-’amittat himmatze’o).

Dobbiamo concluderne che il “segreto” che il Rambam voleva far passare fosse l’eternità del mondo, e che dunque il mondo non sia stato creato?
Ovviamente anche su questo punto le opinioni sono divise: non solo quelle degli studiosi moderni, ma anche quelle dei commentatori che in tutte le generazioni dal Rambam in poi si sono occupati, con entusiasmo o con aspra critica, della questione. È stato opportunamente osservato che nel primo capitolo delle Hilkhot yesodè ha-Torà il Rambam abbia messo assieme fonti diverse sulla prova dell’esistenza divina. Anche questo può vedersi come un tentativo di armonizzazione, ma è difficile pensare di poter estendere tale armonizzazione anche alla dicotomia mondo creato/mondo da sempre esistente. Non resta allora che scegliere fra il recondito intento di far passare l’eternità del mondo e l’impossibilità, oppure la non-necessità teologica, di decidere al riguardo.
Mirabile è l’organizzazione che il Rambam dà ai precetti: questi sono esposti secondo un criterio logico, seguendo un chiaro percorso che li lega gli uni con gli altri. È per questo che il libro della conoscenza muove dal precetto di sapere che esiste un D-o (il verbo laddà‘at è difficile da rendere, la traduzione potrebbe essere conoscere piuttosto che sapere, sapere con certezza). Le Hilkhot yesodè ha-Torà contengono di conseguenza l’impossibilità di concepire ulteriori divinità, la Sua unicità, il dovere di amarLo e di temerLo, di santificarne il Nome e di non profanarLo, di non distruggere cose che contengano il Nome, di ascoltare i profeti che parlano in Suo nome e di non metterLo alla prova. I precetti vengono così scanditi secondo un ordine che risulta anche questo necessario, ineluttabile. In questa operazione di organizzazione logica vengono conciliate con lo schema del Rambam, e presentate come chiare, fonti che altrimenti sono considerate di difficile interpretazione: si pensi come esempio eclatante al pardes identificato con certezza con “i contenuti di questi quattro capitoli che hanno per oggetto questi [primi] cinque precetti”.
La nitidezza del pensiero, l’autorevolezza che il Rambam sapeva di avere e quella dell’opera che egli dava per scontata, fanno del Mishnè Torà un’opera imprescindibile per l’ebreo di ogni tempo, indipendentemente da un eventuale intento nascosto che l’autore aveva e dal fatto che non fu accettata come l’opera ultimativa cui forse il Rambam anelava.

Michael Ascoli, postfazione Norme sui fondamenti della Torà di Mosè Maimonide, traduzione a cura di Roberto Gatti, Giuntina