Ebrei di Libia, le storie da ricostruire
e le ingiustizie da sanare

Il 5 giugno del 1948 prendevano il via in Libia tumulti e disordini antiebraici drammaticamente intensi. L’atto da cui avrebbe avuto inizio il progressivo esodo degli ebrei dal Paese, conclusosi poi in modo definitivo nel giugno del ’67. A 75 anni da quei fatti Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia hanno organizzato un pomeriggio di approfondimento nella sede della Biblioteca Nazionale dell’Ebraismo Italiano a Roma.
Il primo tassello di un percorso, ha evidenziato Saul Meghnagi, coordinatore della Commissione Cultura UCEI, che ha tra gli obiettivi quello di contribuire a rafforzare la consapevolezza generale e di essere un punto di riferimento anche rispetto “alle azioni giuridico-politiche” da compiere. Molteplici infatti le questioni aperte, come spiegato dallo stesso Meghnagi e dai vari relatori intervenuti alla conferenza. Al cui centro sono stati posti i principali problemi storici e giuridici intrecciati a “diritti di cittadinanza ancora negati”. Argomento che, è stato annunciato, si vorrebbe affrontare anche attraverso una pubblicazione.
Tra gli altri, richiamato dalla presidente UCEI Noemi Di Segni nel suo saluto, il riconoscimento della qualifica di profugo per chi fu costretto a fuggire nei diversi flussi migratori. Con tutti i diritti connessi a questo titolo, volto anche a certificare l’azione violenta di cui gli ebrei di Libia furono vittima nel corso del tempo. Una pretesa legittima, “ma che incontra ancora oggi delle problematiche”. Nel merito Ruth Dureghello, la presidente degli ebrei romani, ha parlato di “ingiustizia” e “doppio binario di valutazione”. Esprimendo la necessità che certi tavoli rimangano aperti “per evitare una damnatio memoriae”. A portare una testimonianza è stato poi David Gerbi, presidente dell’Associazione Internazionale per la Commemorazione Ebrei di Libia e il Sostegno agli Accordi di Abramo. Gerbi, oltre a ricordare l’angoscia vissuta nella sua fuga da Tripoli del ’67, si è soffermato sulla sottrazione di beni “collettivi e individuali” concomitante e successiva a quell’esodo forzato e su alcuni impegni da lui promossi per non dimenticare. In particolare la costituzione di alcuni memoriali in Israele, sulla falsariga di quello di recente inaugurato a Roma. Tra i sostenitori, “il ministro degli Esteri Cohen”.
Il pomeriggio è stato suddiviso in due sezioni. La prima, moderata da Sira Fatucci, ha visto al tavolo dei relatori Chiara Renzo e Alessandro Volterra. La prima, autrice di uno studio sull’argomento che l’ha portata a consultare diversi archivi, in una relazione dal titolo “Ebrei di Libia: cittadini, sudditi, profughi” ha illuminato vari aspetti di questa vicenda. Perché gli ebrei libici vennero in Italia? Come furono riconosciuti? Domande sulle quali è importante interrogarsi, anche guardando alle iniziative da svolgere in altre sedi. Tra i temi d’interesse trattati l’impegno per l’accoglienza del governo e delle istituzioni ebraiche, concretizzatosi anche nell’allestimento dei campi di Capua e Latina e nell’erogazione di aiuti economici da parte del Joint. Stimolanti anche i punti toccati da Volterra, che ha portato il suo focus sulla vicenda coloniale d’epoca fascista, sulla distinzione esistente tra cittadini e sudditi e sull’applicazione delle leggi antisemite. Una storia con sfumature di particolare complessità e non sempre note. È il caso di quegli ebrei libici che, avendo passaporto britannico, furono liberati da Bergen Belsen nel quadro di uno scambio di prigionieri tra inglesi e tedeschi. In quel caso, ha spiegato, “a prevalere non fu l’identità religiosa ma la cittadinanza”.
La seconda parte del convegno, introdotta da Saul Meghnagi, ha visto invece un approfondimento di tipo giuridico. A parlarne due avvocati, l’assessore UCEI Davide Jona Falco e il vicepresidente dell’Unione Giulio Disegni. Il primo ha aperto con un riferimento ai risultati raggiunti dalla Commissione di studio che, insediatasi a Palazzo Chigi su impulso dell’UCEI, sotto la guida di Giovanni Canzio si è battuta per un aggiornamento della normativa a favore dei perseguitati politici e razziali. Una svolta storica, quella annunciata a inizio 2021 nella legge di Bilancio con alcuni correttivi alla legge Terracini. Sarebbe però illusorio pensare che tutto sia andato a risolversi per il meglio, “visto che problemi applicativi permangono, soprattutto in un certo atteggiamento della pubblica amministrazione nel negare le benemerenze”. Tra questioni ancora non ben definite la condizione per l’appunto dei cittadini italo-libici che vivevano nella colonia libica ed erano assoggettati alle leggi razziste.
“Pochissimi ebrei libici hanno ottenuto in questi anni le benemerenze a causa della persecuzione razziale. Eppure la persecuzione c’è stata ed è riconosciuta dagli storici: gli ebrei libici furono esclusi da attività industriali e commerciali, non potevano possedere immobili, né esercitare le professioni liberali. Bene lo spiega Renzo De Felice nel suo Ebrei in un paese arabo. Gli ebrei nella Libia contemporanea tra colonialismo, nazionalismo arabo e sionismo“, la sottolineatura del vicepresidente UCEI. Nei loro confronti, le sue parole, “è stata dunque compiuta una doppia discriminazione: non solo hanno subito le leggi razziste, ma si sono visti anche respingere ogni domanda nel merito”. Questione irrisolta anch’essa e rispetto alla quale, nel confronto in atto con vari interlocutori istituzionali, “l’UCEI continua a chiedere che sia fatta luce”.
Nell’occasione della conferenza la Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia ha curato una piccola esposizione con foto di Tripoli tratte dal fondo della Federazione delle Associazioni Culturali Ebraiche, che ha promosso e diffuso la cultura ebraica in Italia tra gli anni Venti e Trenta del XX secolo. In mostra una panoramica degli aspetti sociologici e religiosi che hanno caratterizzato la comunità ebraica di Libia nei primi anni del Novecento, rivelando le dinamiche sociali e culturali del suo vivere quotidiano. Nelle didascalie a corredo gli appunti originali di Federico Luzzatto, curatore del fondo negli anni Trenta. In conclusione di conferenza due ulteriori contributi dal pubblico, da parte dell’avvocato Roberto Coen e della bibliotecaria Gisele Levy. Entrambi occupatisi, su un piano giuridico e storico, di questioni attinenti ai temi del convegno.