Srebrenica, il ricordo del massacro:
“Dopo la Shoah, l’odio non è finito”

Iniziava in queste ore, 28 anni fa, il massacro di Srebrenica. Un triste anniversario in cui “l’Europa ricorda la sua responsabilità e la sua incapacità di proteggere”, si legge in una nota diffusa dall’Alto rappresentante della UE Josep Borrell. E un monito, in un momento in cui la guerra infuria nuovamente in Europa, per “fare meglio” nel difendere la pace e proteggere la vita. Oltre ottomila le vittime musulmane del boia Mladic e delle sue truppe, che agirono senza incontrare opposizione tra i caschi blu dell’Onu dislocati sul territorio. Una ferita ancora aperta nel cuore del continente.
A ricordarla una delegazione multireligiosa con vari rappresentanti ebraici al suo interno. Nel segno anche dell’impegno promosso dal World Jewish Congress, tra le organizzazioni che hanno animato una conferenza sulla memoria collettiva insieme al movimento di cui fanno parte le madri delle vittime e la dirigenza del memoriale sorto in seguito. “Il genocidio di Srebrenica è un duro promemoria del fatto che le brutali conseguenze dell’odio incontrollato e del fanatismo non si sono concluse con la Shoah”, le parole tra gli altri del vicepresidente esecutivo del World Jewish Congress Menachem Rosensaft. “È nostro obbligo morale fare tutto ciò che è in nostro potere per garantire che le atrocità commesse contro i musulmani bosniaci, come quelle contro gli ebrei ad Auschwitz e Bergen-Belsen, rimangano nella coscienza collettiva”.
Tra le figure che più si sono spese in questo senso c’è senz’altro Jacob Finci, storico leader della comunità ebraica di Bosnia-Erzegovina e promotore instancabile di progetti incentrati sul dialogo e la reciproca comprensione sotto l’egida dell’associazione Benevolencija. “Un eroe normale. Un uomo dalle enormi qualità che vogliamo celebrare per l’assistenza data a migliaia di cittadini durante la guerra ma anche per l’impegno, sempre attuale, finalizzato alla rappacificazione delle diverse anime e identità della regione” l’apprezzamento di Piero Dello Strologo, nel conferirgli nel 2013 il premio annuale del Centro culturale Primo Levi di Genova.
Parlando di recente con Pagine Ebraiche, Finci descriveva questo quadro della vita ebraica nel Paese: “Siamo assolutamente uguali a tutti gli altri. Del resto anche noi paghiamo il caro petrolio e il prezzo eccessivo del pane come tutti gli altri cittadini del mondo. Nessuno qui si preoccupa di sapere a quale gruppo etnico appartieni. Per strada non si riesce a distinguere chi è bosniaco, chi è serbo e chi è croato”. Il futuro non si annuncia semplice, ma comunque incoraggiante: “A Sarajevo siamo circa 6-700 persone, non di più. E molti giovani sono andati via dall’inizio della guerra, soprattutto in Israele. Dopo il conflitto però in tanti sono tornati. E ora si sono laureati e hanno deciso di rimanere qui. Hanno una famiglia, iniziano ad avere figli. E questo è un ottimo segno: c’è un futuro per la comunità ebraica di Sarajevo. Due anni fa, per esempio, abbiamo avuto dodici nascite. Così ora, come progetto speciale, abbiamo iniziato a costruire un asilo”.

(Foto: WJC)