ART. 3 – Rav Della Rocca:
Il lavoro è virtù, non il potere
La sfida dell’uguaglianza tra “lavoro e genere” al centro del quarto incontro, svoltosi ieri a Napoli all’università L’Orientale, del progetto “Articolo 3 – Diversi tra uguali” curato dall’Ucei per i 75 anni della Costituzione. Al tavolo dei relatori, insieme alla direttrice centrale dell’Istat Linda Laura Sabbadini, c’era il rabbino Roberto Della Rocca. “C’è un valore intrinseco nel lavoro”, spiega Della Rocca, direttore dell’area Educazione e Cultura Ucei, portando la visione della tradizione ebraica. Il rav ha citato il pensiero di Ovadià da Bertinoro, secondo il quale nessuno potrebbe esimersi dal lavorare, anche le persone che non ne avrebbero in teoria bisogno, “perché la nullafacenza porta alla noia”. Ama il lavoro e “odia il potere”, perché – insegnava ancora Ovadià – “questo allontana dalla Torah”, mentre il lavoro “educa, rafforza e dà un senso alla nostra vita”. Istruttiva anche la storia biblica di Giuseppe e dei suoi fratelli, con il primo che “si preoccupa subito del luogo di residenza” dei suoi consanguinei “e per giustificare la loro presenza lontano dai centri del potere ricorda il loro lavoro affinché possano vivere in Egitto, mantenendo un comportamento ebraico”. Avrebbe potuto inserire i fratelli in politica “con ovvi vantaggi contingenti per tutti” e invece si dà cura “che vivano vicino al nucleo della comunità e che si occupino di una professione che permetta loro una vita ebraica”. Facendo ciò, ha spiegato il rav, “alla vigilia di una schiavitù che farà del lavoro il simbolo dell’oppressione, Giuseppe vuole insegnare ai propri fratelli che è possibile occuparsi ebraicamente” del lavoro. E ancora che il lavoro non è male in sé, “ma è male, viceversa, la parte di potere che è nel lavoro: è un richiamo alla sostanza e un ripudio della apparenza”. Si deve amare il lavoro, non il biglietto da visita. E quindi “meglio essere un pastore realizzato e onesto che un ministro frustrato e corrotto”.
Il rav ha posto anche il tema del riposo sabbatico e della sospensione contestuale di ogni azione lavorativa. Sospensione che, sottolinea, “serve a insegnarci come nell’etica ebraica il fine non giustifica i mezzi”. E che persino nell’edificazione del Santuario, “la Comunità non deve perdere il senso della propria direzione, lasciandosi sopraffare dall’impeto e dalla smania di costruire”. Su donne e lavoro Della Rocca ritiene che “in una società come quella attuale, che non valorizza affatto il lavoro familiare e il ruolo educativo delle donne, la tradizione ebraica possa essere di grande sostegno”. Essa infatti “esalta i ruoli femminili classici, in particolare quelli di moglie e madre, che consentono la trasmissione delle tradizioni e facilitano l’adesione alle innumerevoli regole della prassi religiosa”. Per l’ebraismo, conclude il rav, “donna e uomo si equivalgono, in termini di valore, ma sono diversi nei ruoli”. Configurando così una forma di “eguaglianza nella diseguaglianza”.