SCAFFALE – Quelle barbe rosse e quella dignità
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«Di un’unica cosa non c’era mai penuria tra gli ebrei di Dolinets, sulla Vistola: le barbe di colore rosso. Anche gli abitanti dotati di riccioli laterali bruni avevano spesso delle barbe fulgenti con sfumature che, passando per tutte le tonalità del rosso, andavano dal rosso vivo al biondo ramato. La barba di Fichl Maïdaniker era la più rossa di tutte. Quella barba che accecava con il suo rosso abbagliante, soprattutto quando vi giocava il sole, fiammeggiava letteralmente. E il sole di Dolinets sembrava divertirsi sempre con quell’impressionante barba rossa, folta e squadrata».
È questo il colorito – più precisamente: rosseggiante – incipit di un breve romanzo di Israel J. Singer, pubblicato per la prima volta in edizione italiana dalla Passigli Editori, col titolo Era scritto (traduzione e note di Luca Merlini, Firenze 2024, pagg. 112, euro 10). Il libro fa parte di una serie di volumetti dedicati dalla casa editrice al grande scrittore ebreo (1893-1944), nato e cresciuto in Polonia e poi trasferitosi negli Stati Uniti nel 1934, dove poi si fece raggiungere dal fratello minore Isaac Bashevis e dalla sorella Eshter Kreitman, anch’essi scrittori. E non ci si può non complimentare con l’editore e con il traduttore per la felice scelta di rendere a noi accessibili opere non ancora conosciute del grande scrittore in lingua yiddish, per lo più pubblicate, a puntate, su riviste yiddish di New York, alcune delle quali non ancora tradotte e pubblicate neanche in inglese.Fu il fratello minore, Isaac Bashevis, com’è noto, a essere insignito del premio Nobel per la Letteratura, ma Israel non gli fu assolutamente inferiore, sul piano della qualità della scrittura e della profondità dei messaggi (anche se visse, scrisse e pubblicò molto di meno, per cui raggiunse inferiore notorietà). I fratelli Askenazi resta, senza ombra di dubbio, una delle opere più importanti del Novecento.
Tutti e tre i fratelli condivisero la singolare ventura di farsi cantori di un mondo scomparso: scampati alla tempesta che avrebbe travolto il loro popolo e la loro cultura, se ne fecero testimoni, dando voce, come «salvati», ai «sommersi», le cui storie vissute (vere o inventate, ma che importa?) rivivono nelle loro pagine, ricche di vicende tragiche e comiche, piene di paradossi, iperboli, e di tanta, tanta umanità.
Protagonista di questo romanzo è un mendicante buffo, solo e silenzioso, perennemente affamato, anche per la sua notevole stazza («era un uomo bassino ma tarchiato, duro come un sacco riempito fino all’orlo, traboccante forza»). Il suo spetto non era rassicurante: la fronte «spariva sotto un paio di sopracciglia arruffate di colore [ovviamente] rosso ardente, simili a grandi baffi», e tuttavia «al di sotto di quelle spaventose sopracciglia si intravedevano due occhi pacifici, disarmati, dolci occhi di agnello pieni di un’ingenuità e di una bontà senza limiti».
In occasione di ogni festività, quest’uomo rosso, tozzo, solo e buono si presentava al Bet Knesset, per essere invitato a pranzo da qualcuna delle famiglie. Non chiedeva e non ringraziava, evidentemente convinto – a ragione – che il suo fosse un diritto, corrispondente al dovere, fondato sulla legge mosaica, di soccorrere i bisognosi.
Il rabbino si faceva carico di assegnarlo, di volta in volta, a una delle famiglie, le quali adempivano al loro dovere senza gioia e senza fastidio, assolvendo disciplinatamente il loro compito. Seduto al desco, Fichl dava sfogo alla sua insaziabile fame, divorando tutto voracemente. I bambini lo prendevano in giro: «Fichl, non ti mangiare anche i piatti! Non mangiare le posate e i candelabri!». Il rabbino li rimproverava, ma Fichl non se la prendeva mai, contento di potere placare la sua inesauribile fame.
Non racconteremo il resto della trama del romanzo, ma facciamo solo un paio di osservazioni, da semplice lettore.
Nel romanzo di Singer non compare nessun goj (gentile), esso si volge tutto nell’ambiente di un povero shtetl polacco, popolato da gente semplice, umile, dignitosa, la cui dignità è tutta affidata alla fedeltà alla propria tradizione e all’obbedienza alla propria antica Legge. Il mondo esterno non compare e non si avverte nessun cenno di antisemitismo.
Se fosse letto da un ragazzo molto giovane, e che ancora non sappia nulla delle tragedie della storia, quella di Fichl sarebbe solo una storia tenera, divertente, colorita.
Un lettore consapevole, invece, ne può ricavare una sensazione del tutto diversa. Il buffo mondo delle «barbe rosse» è come un allegro presepe, custodito in una casa in cui sta divampando un enorme incendio, che sta per divorarlo.
Francesco Lucrezi, storico
(Nell’immagine in alto, Il mercato Vitebsk di Marc Chagall, 1917)