DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 19 marzo 2025

I raid israeliani su Gaza riportano il Medio Oriente sulle prime pagine. “Bombe su Gaza, strage di bambini”, titola tra gli altri il Corriere della Sera. Così Repubblica (“Ramadan di sangue”), La Stampa (“Gaza, l’orrore è tornato”), Il Giornale (“Bombe su Gaza: 400 morti”) e Il Foglio (“La guerra d’Israele”).
A livello internazionale, scrive il Corriere, «la ripresa dei raid su Gaza coincide con lo stallo per le trattative per il rilascio degli ostaggi e la fine dei combattimenti». Da un lato, si legge, Hamas «chiedeva il rispetto degli accordi di dicembre e il passaggio alla seconda fase del cessate il fuoco», dall’altro Israele «premeva per il rilascio immediato di tutti gli ostaggi». In mezzo «il nodo più difficile» da sciogliere: «Trovare una soluzione per il futuro politico della Striscia e per l’avvio della ricostruzione». Secondo Repubblica, che definisce «l’ultimo azzardo di Bibi» l’iniziativa militare israeliana a Gaza, fra gli analisti, i diplomatici e i giornalisti più accreditati «da settimane la questione non è mai stata il “se” ma sempre e soltanto il “quando” Israele avrebbe ripreso la sua offensiva» e resta ora da capire se Benjamin Netanyahu «riuscirà a resistere alla pressione: solo il 30% degli israeliani, secondo un sondaggio della tv Kan, è favorevole alla ripresa dei combattimenti».

Vari giornali segnalano l’inquietudine delle famiglie degli ostaggi. Se Israele annuncia «che per Hamas “si apriranno le porte dell’inferno”, le famiglie degli ostaggi che nell’inferno ci vivono da 528 giorni accusano Netanyahu di aver “rinunciato a salvarli” e di “averli abbandonati”», riporta il Messaggero. Per Libero l’attacco era inevitabile: «Una banda di sgozzatori, torturatori e assassini che ha mostrato di gradire la pratica del pogrom tiene ancora segregati nelle viscere di Gaza gli ostaggi ebrei rimasti. Respinge qualunque proposta di mediazione e di ulteriore negoziato con “l’entità sionista”. Lavora per realizzare un nuovo pogrom, per irrompere ancora a casaccio nelle case dei civili ebrei e sgozzare, torturare, uccidere».

Il negoziato non è morto, dice a Repubblica l’analista israeliano Michael Milshtein. «Mi aspetto che gli americani o gli egiziani cercheranno di trovare una soluzione per arrivare lo stesso alla fase due dell’accordo originario», sostiene l’esperto, direttore degli Studi palestinesi del Centro Moshe Dayan di Tel Aviv. Magari, specifica, «convincendo Hamas ad accettare subito la liberazione di un numero congruo di ostaggi e facendo pressioni su Netanyahu perché non rifiuti». Un altro analista israeliano, Mordechai Kedar, spiega al Foglio: «Quando l’Iran sarà privato dei suoi proxies, come in Iraq, Siria e Libano, sarà più facile piegarlo anche nelle sue ambizioni nucleari». In questo senso, sottolinea Kedar, «il messaggio da Gaza è rivolto all’Iran: questo accadrà a voi se non vi arrenderete». Il Quotidiano Nazionale interpella nel merito Sergio Della Pergola. «Ben Gvir aveva posto una condizione: se riprende la guerra, noi possiamo tornare nella maggioranza», ricorda il demografo italo-israeliano. Per questo, aggiunge, «si potrebbe dire dall’esterno che Netanyahu, ricominciando la guerra, fa un atto di politica interna». Tutto sempre uguale, con i soliti toni, accusa Davide Assael sulle pagine di Domani: «Da un lato l’accuratissima conta dei morti da parte di Hamas, che, a seconda delle esigenze politiche del momento, si presenta come incapace di provvedere ai bisogni primari dei suoi cittadini o come organizzazione forte con kalashnikov in bella mostra; dall’altro il solito argomento dei civili usati come scudo, degli arabi disposti a scarificare i propri bambini contrapposti alla cultura occidentale».

Il Corriere della Sera presenta in cultura L’uomo che arrestò Mussolini (ed. Marlin). Nel suo nuovo libro Mario Avagliano racconta la storia del tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani, che arrestò il dittatore all’uscita di Villa Savoia e fu poi assassinato alle Fosse Ardeatine. Frignani, ricostruisce Avagliano, fu forse tradito e consegnato alle SS da Elena Hoehn. La donna, di origini tedesche, «nel dopoguerra andrà in carcere, dove stringerà amicizia con Celeste Di Porto, detta la Pantera nera, accusata di aver aiutato fascisti e tedeschi ad arrestare molti ebrei romani poi uccisi alle Fosse Ardeatine o deportati ad Auschwitz».