OSTAGGI – Dal New Jersey a Nirim, la storia di Edan Alexander

Edan Alexander, 21 anni, è nato a Tel Aviv ma è cresciuto a Tenafly, New Jersey, e dopo il diploma nel 2022 ha fatto una scelta che ha spiazzato amici e familiari: invece di iscriversi all’università come molti dei suoi coetanei, ha deciso di lasciare gli Stati Uniti e arruolarsi nella Brigata Golani dell’esercito israeliano. Abituato a parlare ebraico in casa e con i nonni in Israele, Edan aveva spiegato ai suoi genitori che per lui la scelta di arruolarsi era naturale. «Noi non ce lo aspettavamo. Ma è un ragazzo testardo e determinato. Abbiamo capito la sua scelta», ha raccontato in diverse interviste il padre, Adi.
Il 7 ottobre 2023, Edan si trovava in un avamposto nei pressi del kibbutz Nirim, al confine con la Striscia di Gaza, quando i terroristi di Hamas hanno attaccato il sud di Israele. Pochi minuti prima dell’inferno, il giovane soldato di Tsahal aveva rassicurato sua madre Yael al telefono: «Sto bene». È stata l’ultima conversazione tra i due. Poco dopo, Edan, disarmato e in divisa, è stato rapito dai terroristi. Da allora, sono passati 539 giorni di prigionia a Gaza. Secondo gli ex ostaggi liberati nel novembre 2023, Edan è stato incatenato nei tunnel, interrogato, e torturato. In un video di propaganda diffuso da Hamas nel novembre 2024, il suo volto è pallido, scavato, irriconoscibile. Edan ha già passato due compleanni nelle mani dei suoi aguzzini – è nato il 29 dicembre – senza luce del sole, senza contatti, senza libertà, visibilmente denutrito.
Tra i 59 ostaggi ancora a Gaza, Edan è uno dei 24 ritenuti ancora in vita, l’unico tra i cinque rapiti con cittadinanza americana. Per questo è al centro dei negoziati in corso tra Israele, Hamas e Stati Uniti. Il mediatore americano Steve Witkoff ha inserito il nome di Alexander in cima all’agenda, provando a riportarlo a casa in negoziati separati con i terroristi palestinesi. «Parlo con i negoziatori americani ogni giorno», ha spiegato il padre all’emittente Kan. «Sappiamo che i colloqui continuano, anche se il rumore delle bombe sembra coprirli».
La speranza della famiglia è appesa alle trattative, ha concluso Adi. La casa americana di Edan, a Tenafly, è diventata un luogo di preghiera. Una Torah, donata dalla comunità locale, è stata posizionata nella sua vecchia stanza, ha raccontato ai giornalisti la madre Yael. Lì, ogni mattina, lei si ferma a pregare e a parlare con il figlio: «Ti prego, Edan. Resta forte. Non lasciarti spezzare. Siamo con te. Stiamo arrivando».

d.r.