DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 7 luglio 2025

È il giorno dell’incontro a Washington tra il presidente Usa Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Sul tavolo ci sono due temi centrali: la possibile tregua a Gaza e la minaccia iraniana. Trump, scrive il Corriere della Sera, punta a ottenere rapidamente un cessate il fuoco di 60 giorni con la liberazione parziale degli ostaggi, proponendosi come garante della tregua e spingendo Netanyahu ad accettare l’accordo nonostante le tensioni interne al governo israeliano e le resistenze di Hamas. La bozza, presentata ieri a Doha, prevede anche l’ingresso massiccio di aiuti umanitari e un parziale ritiro dell’esercito israeliano in zone cuscinetto, ma le divergenze restano forti, soprattutto sulle condizioni poste da Hamas, sottolinea sempre il Corriere. Repubblica e Stampa pongono l’accento sulla richiesta a Netanyahu del presidente israeliano Isaac Herzog di tornare con un accordo. Le famiglie degli ostaggi chiedono però un’intesa che riporti tutti i loro cari a casa e non liberazioni parziali.

Secondo il Corriere della Sera, Hamas ha avanzato tre richieste principali nei negoziati per la tregua a Gaza. La prima è che i 60 giorni di cessate il fuoco previsti possano essere prolungati fino a diventare un cessate il fuoco permanente. La seconda riguarda la gestione degli aiuti umanitari: Hamas vuole che torni all’Onu, sottraendola alla Gaza Humanitarian Foundation, attualmente sostenuta da Israele e Stati Uniti. Infine, Hamas pretende il ritiro totale delle forze armate israeliane dalla Striscia di Gaza, condizione che Gerusalemme rifiuta.

Per Jeremy Issacharoff, ex diplomatico israeliano, se la guerra «finisse oggi, ci sarebbe la pace tra Israele e Hamas? No. Possiamo avere al massimo il cessate il fuoco. Di 60 giorni, o di un anno, due anni, ma alla fine si tratta di una tregua», sottolinea Issacharoff a Repubblica. «Non ci sarà la firma di un trattato di pace con Hamas. Per questo è fondamentale avere un’alternativa politica credibile».

Un’alternativa arriva da Hebron, dove cinque sceicchi locali hanno inviato una lettera al governo israeliano dichiarando di voler riconoscere Israele, aderire agli Accordi di Abramo e rinunciare alla creazione di uno Stato palestinese. Si propongono come rappresentanti di un presunto «Emirato di Hebron» e sostengono una coesistenza con Israele, criticando duramente l’Autorità nazionale palestinese e Hamas, racconta Stampa. La notizia, diffusa dal Wall Street Journal, ha scatenato forti polemiche tra i palestinesi. «L’iniziativa appare favorevole alla politica di Netanyahu, ma ha ricevuto smentite da membri della stessa famiglia Jaabari», segnala il Corriere.

Un nuovo rapporto ufficiale documenta l’uso sistematico della violenza sessuale da parte di Hamas durante l’attacco del 7 ottobre, con testimonianze e prove forensi che descrivono stupri, mutilazioni e abusi anche su cadaveri e uomini. Il documento, redatto da esperti israeliani, denuncia l’inerzia delle istituzioni internazionali e chiede all’Onu un’inchiesta e l’inserimento di Hamas nella lista nera per crimini sessuali in guerra. Ne scrive oggi Libero.

Il Financial Times ha rivelato che il progetto per una “Riviera di Gaza“, sostenuto da Trump e volto a trasformare la Striscia in una nuova Dubai, era stato discusso da consulenti della Boston Consulting Group e membri del Tony Blair Institute. Il piano includeva anche l’idea di far emigrare mezzo milione di palestinesi offrendo 9.000 dollari ciascuno, riportano Repubblica e Corriere. Dopo le rivelazioni, entrambe le organizzazioni hanno negato ogni coinvolgimento.

Ayelet Shlaysel, ex residente di Gush Katif, guida oggi il movimento che punta al ritorno degli insediamenti israeliani a Gaza e all’annessione della Cisgiordania. Intervistata da La Stampa, Shlaysel dichiara: «Noi vinciamo la guerra con i bambini e con la terra». Intanto, segnala il quotidiano torinese, il governo Netanyahu ha approvato la più vasta espansione degli insediamenti dal 1967.

In un editoriale sul Foglio, il direttore Claudio Cerasa difende Israele come unica democrazia autentica del Medio Oriente, usando come esempio il quotidiano progressista Haaretz. Nonostante la guerra, il giornale continua a pubblicare liberamente, segno di una libertà introvabile nei paesi vicini. «Provateci voi a leggere un Haaretz a Teheran», scrive Cerasa, sottolineando che il vero «scandalo» di Israele è essere una democrazia dove il dissenso è tollerato e le libertà sono una virtù da difendere, non un reato. Sempre Il Foglio propone una lunga intervista di Le Figaro a Georges Bensoussan, in cui lo storico francese denuncia la superficialità nel dibattito sul conflitto israelo-palestinese e l’uso improprio del termine «genocidio». Bensoussan ricorda poi come le radici storiche dell’attuale antisionismo affondano nelle narrazioni dell’estrema destra e della propaganda sovietica.

Sull’aumento di episodi di antisemitismo in Italia è intervenuto il presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, chiedendo leggi più efficaci contro i reati d’odio e una campagna di sensibilizzazione. Intervistato dal Giorno, Meghnagi attacca la leadership della sinistra per prese di posizione unilaterali contro Israele e chiede un intervento urgente da parte delle istituzioni per arginare il clima d’odio.

I Democratici Svedesi hanno pubblicato un’indagine sui loro legami storici con il neonazismo, accompagnato da scuse ufficiali. Le reazioni sono state contrastanti, racconta il Corriere: apprezzamento dal Consiglio ebraico svedese, critiche dal Comitato contro l’antisemitismo. Il gesto è visto come un tentativo di ripulire l’immagine del partito in vista delle elezioni del 2026.