LA LETTERA – David Gerbi: Un congresso di psicoanalisi e censura

Caro Direttore,
mi trovo a Zurigo, al congresso internazionale degli psicoanalisti junghiani (IAAP), con circa 1500 partecipanti provenienti da tutto il mondo. Ho portato con me, in tre valigie di sovrappeso pagato di tasca mia, circa 100 copie della rivista scientifica LIRPA International, contenente anche il mio articolo Trauma e guarigione, individuale e collettivo, del popolo ebraico, tradotto in dieci lingue (tra cui ebraico e arabo). Il LIRPA mi ha inviato con questi doni quale suo rappresentante. L’accordo preso tra la IAAP (International Association for Analytical Psychology) e il LIRPA (Laboratorio Italiano Ricerche di Psicologia Analitica), che rappresento, prevedeva che questi fascicoli venissero consegnati ai 70 presidenti delle associazioni junghiane internazionali.

Domenica scorsa era prevista la distribuzione, dopo una mia introduzione. Ma improvvisamente, subito dopo il mio intervento (indossavo la maglietta I love Israel), la consegna è stata rinviata di giorno in giorno, sempre con una scusa diversa. Mercoledì pomeriggio i fascicoli erano già stati sistemati sui tavoli, pronti per i destinatari, ma all’ultimo momento sono stati fatti ritirare e rimessi dentro le buste. Giovedì, quando ho chiesto di riprenderli per riportarli a Roma, li ho trovati nascosti sotto un tavolo. Dopo molte negoziazioni è arrivata la decisione definitiva: i pacchi sarebbero stati presi in carico dal comitato esecutivo, che “avrebbe poi deciso cosa farne”. In pratica, non sono stati distribuiti e ad oggi non so che destino avranno.
Parallelamente, è stato stampato e diffuso in grande quantità un volantino intitolato Call for Community. Appariva come un appello innocente alla solidarietà, ma in realtà conteneva un messaggio manipolatorio: da un lato parlava due volte di «genocidio a Gaza», dall’altro invitava a scrivere messaggi di sostegno «ai colleghi ucraini e palestinesi», senza menzionare né i colleghi israeliani né quelli russi. Una falsa inclusione che di fatto mascherava discriminazione e antisemitismo. Questo volantino si è diffuso capillarmente nel congresso, alimentando un clima sotterraneo molto negativo.

In questo contesto ho scelto di non tacere. Ho lavorato un giorno di congresso e ho fatto stampare e ho distribuito 120 locandine con la mia risposta personale, collocandole sia all’ingresso che sui tavoli principali. In esse denunciavo la manipolazione, ricordavo le vittime del 7 ottobre, gli ostaggi, i bambini, i civili israeliani e palestinesi, ucraini e russi, e riaffermavo il mio amore per Israele e per la pace. Ho parlato a nome mio, non dell’associazione (perché avrei dovuto avere l’assenso di tutti gli iscritti, e questo avrebbe richiesto troppo tempo), perché l’antisemitismo e il veleno che respiravo erano insopportabili.

Durante tutto il congresso mi sono presentato apertamente con la maglietta I love Israel sul petto e, sul retro, Peace · Shalom · Salaam, con la spilletta per la liberazione degli ostaggi, il talled katan con tzizit e il Maghen David ben visibile. Non volevo ambiguità: la mia identità ebraica e sionista era chiara. Questo ha avuto un costo: sguardi freddi, pieni di disprezzo, rapporti raffreddati, l’essere evitato come la peste. La domanda che mi veniva rivolta più spesso era: «Sei d’accordo che Israele stia commettendo un genocidio?». La mia risposta era netta: «No, non è la stessa cosa dell’Olocausto. Israele sta cercando di liberare gli ostaggi rapiti durante il massacro del 7 ottobre». A quel punto, la conversazione si interrompeva e tutti sparivano senza salutare.
Alla fine, la situazione è questa: i fascicoli non sono stati distribuiti, mentre il volantino discriminatorio ha avuto ampia diffusione. Il mio volantino è stato comunque diffuso nei punti strategici dove circolava quello che accusava Israele di genocidio. Rimane la soddisfazione di aver risposto con la mia voce, di non aver taciuto e di aver lasciato comunque un segno.

Come dice Elihu nel libro di Giobbe: «Parlerò affinché possa trovare sollievo».
E come ha insegnato il rabbino Ovadia Sforno: «Chi ha la possibilità di parlare contro l’ingiustizia e rimane in silenzio diventa complice di coloro che la commettono». E concludo con le parole di Edmund Burke: «Tutto ciò che è necessario, affinché il male trionfi che la gente buona non faccia nulla».

David Gerbi