LA POLEMICA – Emanuele Calò: Il pregiudizio non aumenta, la mancanza di vergogna invece sì

Si legge sempre più spesso che la guerra di Gaza alimenta ovunque l’antisemitismo. Quest’affermazione viene sovente espressa in modo contorto, perché l’inconscio, che non va mai in ferie, si vergogna delle idee di chi lo ospita.
Non credo che sia vero che l’antisemitismo aumenta, le agenzie che compulsano l’opinione pubblica non possono compulsare, al contempo, l’individuo cosciente e il suo inconscio. Ne consegue che l’antisemitismo non aumenta, bensì diminuiscono i freni inibitori («ora posso dirlo», passando dal banco degli accusati a quello del pubblico ministero). Questo è l’effetto di una diffamazione risalente. Se si ha la pazienza di andare a guardare la vecchia documentazione, le accuse di uccisione di fanciulli sono vecchie di decenni. Debbo dire che è sorprendente anche per chi, come me, ha cercato di seguire il trappolone di Gaza: vi è un’invarianza nelle accuse, indipendente dai tragici eventi.
Un trappolone che inverte l’ordine del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte («Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa») perché qui si inizia come farsa e si finisce in tragedia.
Ora, l’antisemitismo è, per Paul Johnson, una patologia, per Jean-Paul Sartre, una passione. In ogni caso, è una forma di razzismo. Considerare che l’antisemitismo aumenti per ciò che viene percepito come un’azione efferata da parte israeliana, equivale a considerarlo un fenomeno accettabile. Non divento omofobo, odiatore dei neri o dei meridionali, perché alcuni omosessuali, neri o meridionali, adottano comportamenti reprensibili. Nessuno sostiene che si diventi razzisti per sane ragioni. Simone De Beauvoir sosteneva che donna non si nasce ma si diventa, e questo per il genere è sostenibile, perché il genere non ha nulla di reprensibile. Non è però il caso dell’antisemitismo.
Sostenere che l’antisemitismo aumenta perché il comportamento di Israele si ritiene condannabile, è un modo come un altro per dichiarare di essere antisemiti, dacché si attribuisce all’antisemita un comportamento razionale. Anche al di fuori dell’antisemitismo, basta vedere l’entusiasmo da accanimento: ogni giorno se ne scopre una, non si fa in tempo a vedere Israele bandito dalla Fiera del Levante, che subito si prospetta un bando in sede sportiva. Anziché guardare Israele, che è stato barbaramente attaccato, consiglierei di studiare chi è colpito da gratuito iperattivismo ‘anti’. Anziché preoccuparsi del presunto aumento dell’antisemitismo (come potrebbe aumentare ciò che già aveva già superato ogni limite?) sarebbe più serio preoccuparsi che vi siano persone che diffondono l’idea che l’antisemitismo sia razionale, perché scaturito dal comportamento di Israele.
Intanto, in un’intervista rilasciata ad un’autrice, leggo che la soluzione del conflitto passerebbe per le pressioni internazionali, in particolare da parte degli americani, unite ad una presa di coscienza dal basso da parte della società di Israele. Nemmeno una parola sulle pressioni su Hamas, non fosse mai che dovessimo dargli fastidio. Inoltre, Hamas condivide le sorti del regime fascista: si dice che faccia pure cose buone, e questo mi ricorda la famosa rubrica de Il Male, intitolata “chi se ne frega”.
Qui non si tratta di Gaza o non Gaza. Un famoso politico italiano, nel 2001, proclamò una mobilitazione all’insegna di questo slogan: «solidarietà con il popolo palestinese e con le forze di pace israeliane». Era uno slogan palesemente discriminatorio, palese per chiunque fuorché per il suo autore. La solidarietà era limitata alle forze di pace israeliane (gli ebrei buoni) escludendo i cattivi (il popolo israeliano). Tant’è che a sinistra nessuno osa proclamare alcuna solidarietà col popolo israeliano, ma soltanto col popolo palestinese. Chi opera queste distinzioni è razzista, ma è sempre in tempo per accorgersene per mutare registro (e psicoanalista). È anche risalente il metodo di attribuire la colpa alla vittima, metodo che è diventato un’eccellenza ebraica, accolto con entusiasmo dai grandi editori. Non so se abbia una radice nella nostra storia millenaria, posso però dire che non mi piace: qualsiasi cosa ci facciano, è sempre colpa nostra.

Inoltre, vi è, nella pubblicistica, una disinvoltura spaventosa, riscontrabile quando si scrive che Israele esagera nel descrivere gli effetti dei razzi Qassam, sottovalutando il potere dell’Iron Dome (però i razzi non costano nulla, mentre ogni operazione di frenata dell’Iron Dome costa una cifra iperbolica). Così, capita di leggere che «Le dichiarazioni israeliane ai media occidentali hanno omesso di descrivere non solo la qualità approssimativa e la precisione dei proiettili utilizzati dalla parte palestinese, ma anche il sistema ad alta tecnologia Iron Dome in atto per fermarli» (Diana Buttu, Blaming the Victims, Journal of Palestine Studies, vol. 44, no. 1, 2014, p. 93). Apprendiamo che l’autrice è un’avvocatessa specializzata in diritto internazionale, diritto internazionale dei diritti umani e diritto umanitario. Ha partecipato ai negoziati israelo-palestinesi dal 2000 al 2005 e ha lavorato come consulente per l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e per il Presidente palestinese. È una commentatrice abituale di Palestina e Israele, con articoli apparsi sul New York Times, sul Washington Post, sul Boston Globe, sul Guardian, sul Financial Times e altri. Insegna diritto internazionale dei diritti umani, diritto internazionale e negoziati. La dott.ssa Buttu è stata ricercatrice presso lo Stanford Center for Conflict Resolution e presso la Harvard Kennedy School e la Harvard Law School. Possibile che ad una persona così qualificata non passi per la mente che esiste la possibilità di non sparare agli ebrei? Siamo autoreferenziali e rispondiamoci da soli: sì, è possibile, per il solo fatto che ormai qualsiasi follia non solo è fattibile, ma diventa oggetto di notevole ammirazione.

Emanuele Calò