ROMA – Contrasto al bullismo, le parole della tradizione e degli esperti

«Chi umilia il prossimo in pubblico è come se versasse sangue». Lo insegna il Talmud e a queste parole ha fatto riferimento il rav Roberto Della Rocca, direttore dell’area Cultura e Formazione Ucei, nel corso dell’evento “Insieme contro il bullismo” organizzato a Roma dall’Unione per proporre strategie condivise. L’ebraismo italiano «non è immune dal flagello del bullismo», ha affermato in apertura di incontro la presidente Ucei Noemi Di Segni. L’obiettivo in questo senso è arrivare alla costituzione di un tavolo di lavoro e di un osservatorio nazionale di prevenzione, hanno annunciato i due assessori Ucei competenti: Livia Ottolenghi (scuole) e Simone Mortara (giovani). Lo psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista Fabrizio Rocchetto e il sociologo Eddy Jamous hanno poi testimoniato la loro esperienza sul campo, mentre Della Rocca ha attinto alle fonti tradizionali ebraiche, soffermandosi sui concetti di Ona’at devarim (il ferire con le parole), Sin’at Chinam (l’odio gratuito) e Kavod ha beriot (la dignità delle creature). Secondo la tradizione ebraica, «Dio si pone come testimone invisibile delle ferite morali» ed è questa la radice biblica del divieto rabbinico di bullismo verbale. Tema ripreso poi nei secoli tra gli altri da Maimonide, «che condanna ogni forma di derisione o presa in giro di chi è debole, povero o diverso». Come stimolo ulteriore di riflessione, il rav ha affrontato la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli. «Dal midrash all’esegesi moderna», ha osservato al riguardo, «emerge un punto comune: l’odio dei fratelli ha più cause, come favoritismo, comunicazione (o spionaggio), percezione di minaccia, sogni che preannunciano dominio e non va per questo ridotta a semplice gelosia».
«Abbiamo voluto ascoltare alcuni segnali di allarme: non cogliere tali segnali rischia di creare problemi destinati a trascinarsi per anni», ha dichiarato Ottolenghi. L’intento è «lavorare come una comunità educativa allargata che includa le scuole, i movimenti giovanili, i rabbini», ha sottolineato Mortara. «Non dobbiamo chiudere gli occhi e dobbiamo provare a dare una risposta». La parola è poi passata agli esperti. Specializzatosi sulle dipendenze, sul rapporto tra imitazione e comportamenti distruttivi e sulla presenza di manifestazioni di “accidia” nell’adolescenza, Rocchetto ha classificato le diverse forme di bullismo, aprendo il suo ragionamento con quella che ha definito «la fisiologica crudeltà» giovanile. Jamous, fondatore di Kids International, il primo istituto europeo dedicato alla ricerca socioculturale su bambini e ragazzi, ha invitato gli adulti a «calarsi umilmente» nella realtà dei giovani, a sforzarsi di capire il contesto in cui si muovono, i loro pensieri e sentimenti. D’altronde, «come possiamo avvicinarci se abbiamo dei pregiudizi sulla loro musica, su quello che postano, sui loro linguaggi o sulle loro relazioni?».

a.s.