7 OTTOBRE – Per un’interpretazione biologica delle violenze sessuali di Hamas
Sul tema delle violenze sessuali compiute da Hamas, un ampio lavoro di ricerca è stato realizzato nell’ambito del “Dinah Project”, le cui finalità e cui contenuti sono ovviamente accessibili innanzitutto tramite il suo sito istituzionale. Una riflessione su di esso è stata pubblicata sulla rivista “Il Pensiero Storico” il 13 luglio 2025 da Carmen Dal Monte, “Lo stupro come arma di guerra”.
L’autrice ricorda che il progetto, concepito da tre giuristi, prende il nome dalla figura biblica di Dina, figlia di Giacobbe e Lia, vittima di violenza sessuale da parte di Sichem (Genesi:34); segnala anche che il lavoro di ricerca finora compiuto rappresenta «il più completo mai redatto sul tema della CRSV (Conflict-Related Sexual Violence) legata a quel giorno». Oltre a elencare gli obiettivi del progetto, l’autrice sottolinea come – nei nostri contesti politici, accademici e mediatici – i contenuti dell’operazione compiuta da Hamas siano stati oggetto, in molti casi, di valutazioni che risultano in patente contraddizione con valori, principi e obiettivi proclamati ognora come fondamentali in quei medesimi contesti.
Personalmente ritengo che un’ulteriore riflessione potrebbe essere tentata in merito alle finalità del progetto le quali, come noto, riguardano, in estrema sintesi: la documentazione anatomica, visuale e testimoniale delle violenze sessuali; il riconoscimento di esse, in sede giuridico-internazionale, come arma di guerra; il riconoscimento che tali violenze e la loro esibizione – miranti nell’immediato a terrorizzare, umiliare e annichilire la popolazione ebraica nella sua interiorità psichica – costituiscono anche uno strumento finalizzato al suo genocidio.
Su quest’ultimo aspetto sarebbe opportuno, a mio avviso, tentare di fare un approfondimento storico, scientifico e antropologico perché un altro significato si nasconde, probabilmente, sotto la superficie del fenomeno – soprattutto in ragione del fatto che le violenze sessuali compiute da Hamas il 7 ottobre (e, successivamente, a Gaza) erano intenzionalmente finalizzate all’ingravidamento delle donne catturate. Proprio per questo, il fenomeno trascende i limiti della pulizia etnica e dell’etnocidio, ma si configura come genocidio in senso propriamente biologico.
Storicamente, la violenza sessuale sulle femmine (ma anche sui maschi) è stata utilizzata per più di un migliaio di anni da parte degli islamici nelle aree soggette al loro dominio, dai Balcani all’India, come forma di pressione per convincere le popolazioni non islamiche a convertirsi, in quanto, nella prassi e nella precettistica originaria, il rispetto viene riconosciuto soltanto alle donne islamiche credenti e osservanti.
La violenza sessuale sulle donne era una pratica corrente anche nel corso delle incursioni piratesche/belliche arabo-turche nelle località costiere e nell’entroterra europeo (mediterraneo e atlantico) e sulle navi: incursioni che proseguirono fino alla seconda metà dell’Ottocento, iniziando a rarefarsi soltanto dopo l’operazione dei Marines americani a Tripoli e Derna (1805), e dopo l’occupazione francese dell’Algeria (1830); iterazioni sono tuttavia avvenute anche in epoche più recenti.
La motivazione della violenza sessuale non era tanto, o soltanto, “ricreativa” e di umiliazione degli infedeli, quanto finalizzata intenzionalmente alla fecondazione. Pertanto – anche allora – essa assumeva, nei propri obiettivi, una funzione genocida per così dire “naturale”, o biologica
In altre parole, potremmo definirla come una modalità tipicamente zoologica di colonizzazione demografica, simile a quella che si osserva in natura quando i maschi del branco competono per acquisire il ruolo di maschio alfa, o per sostituirsi ai maschi di un altro branco nell’accoppiamento sessuale a fini riproduttivi. Quindi potremmo aggiungere una postilla terminologica. Definire “bestie” gli autori di quello specifico tipo di violenza sessuale, mirante all’ingravidamento, non costituisce un’espressione retorica sprezzante. Anzi, la definizione rappresenta il riconoscimento scientifico – nell’ambito dell’etologia animale – di un comportamento uguale a quello che i maschi di alcune specie praticano al fine di affermare il proprio primato dando origine a un proprio lignaggio biologico, che sostituirà geneticamente quello di altri individui o di altri gruppi, da destinare all’estinzione. Beninteso, questo comportamento (lo stupro biologico) non appartiene a tutte le specie animali, ma si osserva soprattutto nelle specie poligame (o meglio, poliginiche), come ad esempio i leoni. In effetti la poligamia è presente anche nell’Islam (ed è inscrivibile a sua volta nel più ampio quadro della “persecuzione della femminilità”). I leoni, inoltre, uccidono i piccoli figli dei maschi sconfitti per imporre i propri figli e, quindi, i propri geni. Congruente con questa interpretazione è anche lo stupro omossessuale, sui maschi, e la mutilazione dei loro genitali, effettuati il 7 ottobre.
Ergo, classificare come “esseri umani” gli autori dell’operazione compiuta da Hamas rappresenterebbe un’ingiuria al genere umano e una sottovalutazione delle attitudini competitive di alcune specie animali. Sul piano politico-antropologico, direi che ben si attaglia a Hamas la definizione che Benedetto Croce dette dei militari della Germania nazista: “Non l’umano nemico delle umane guerre, ma il nemico dell’umanità”. Le parole sono incise sulla lapide che ricorda la strage di Caiazzo del 1943. Forse meriterebbero di essere scolpite anche sui luoghi dell’attacco di Hamas.
Gabriele Ciampi, geografo dell’Università di Firenze in pensione,