DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 5 gennaio 2025

«Siamo noi ad avere il controllo in Venezuela»: lo ha dichiarato il presidente Usa Donald Trump, parlando con i reporter a bordo dell’Air Force One a 24 ore dall’arresto dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro, catturato ed estradato negli Stati Uniti. «Stiamo trattando con persone che sono appena entrate in carica. Non chiedetemi chi sia al comando, perché vi darò una risposta che sarà molto controversa», ha dichiarato Trump rispondendo a un giornalista che gli chiedeva se avesse parlato con la leader ad interim Delcy Rodriguez. «Ciò significa che siamo noi al comando», ha aggiunto il presidente Usa (Repubblica).

Sui quotidiani si discute la legittimità dell’intervento Usa in Venezuela. Il Foglio, pur parlando delle «fragilità giuridiche» dell’operazione, sostiene l’operazione americana: «Nonostante tutto, è meglio che l’erede degenere del chavismo compaia di fronte a un tribunale americano» piuttosto che lasciare il Venezuela prigioniero di una dittatura legata a Mosca, Pechino e Teheran. Le obiezioni fondate sul diritto internazionale sono giudicate dal quotidiano «comprensibili in senso etico», ma «ipocrite in senso politico», perché negli anni avrebbe finito per proteggere regimi come quelli di Hamas a Gaza o degli ayatollah in Iran. Il trumpismo è descritto come un «male bifronte»: spesso distruttivo, ma talvolta capace di colpire autocrazie ostacolo alla nascita di una «democrazia possibile».

Tra i possibili regimi nel mirino degli Usa c’è l’Iran, dove una nuova ondata di proteste contro inflazione e carovita ha provocato scontri, arresti e almeno 16 morti, scrive il Corriere della Sera. Teheran attribuisce le manifestazioni a «infiltrazioni straniere», mentre attivisti e osservatori parlano di una rivolta ampia ma ancora priva di una leadership unitaria. A La Stampa, la dissidente iraniana Shirin Ebadi si dice convinta che «il regime cadrà», stretto tra la pressione delle piazze e l’isolamento internazionale. Ebadi esclude un intervento militare Usa sul modello Venezuela, ma descrive la Repubblica islamica come «un muro pieno di crepe» destinato a crollare; il sostegno politico di Trump ai manifestanti è «positivo», sottolinea la dissidente, che auspica che altri governi stranieri «non vadano in soccorso del regime». Sempre La Stampa riferisce del sostegno alle rivolte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha espresso vicinanza «alla lotta del popolo iraniano» ipotizzando un momento decisivo per il paese. Sul Giornale, Fiamma Nirenstein tratteggia il potere degli ayatollah come «spaventato» ma ancora repressivo, sottolineando come la natura teocratica del sistema renda improbabili compromessi con l’Occidente e come il cambio di regime debba arrivare dal basso.

Sono state identificate tutte le 40 vittime della strage di Capodanno, tra cui sei giovani italiani. Lo ha confermato il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, annunciando per oggi il rientro in Italia di cinque salme con un volo di Stato. Su il Tempo, la consigliera della Comunità ebraica di Milano, Dalia Gubbay, che a Crans-Montana ha una casa, racconta il dolore dei giorni successivi e la scelta di restare «accanto a questo piccolo mondo violato». Ricorda l’aiuto israeliano e soprattutto i gesti della comunità ebraica locale: assistenza, pasti ai soccorritori, sostegno alle famiglie. «È stato chiesto al rabbino della città quante persone della comunità ebraica siano coinvolte, vista la totale dedizione e la grande solerzia nel dare aiuto», scrive Gubbay. «Lui ha risposto così all’interlocutore sbalordito: ci sono 40 morti e più di 100 feriti. Siamo tutti una comunità».

Il Giornale racconta le mobilitazioni a sostegno di Mohammad Hannoun, arrestato con l’accusa di essere al vertice della rete di Hamas in Italia, e la sfida del figlio Mahmoud, che accusa il governo Meloni di «travalicare il male» e invita a «tenere calde le piazze» in attesa della scarcerazione del padre. Il quotidiano segnala che il figlio compare anche negli atti dell’inchiesta per trasferimenti di denaro verso la Turchia, indicata come hub dei flussi finanziari mascherati da aiuti umanitari. Il Tempo aggiunge che nei computer di Hannoun padre sarebbero emerse prove di versamenti alle famiglie dei “martiri”, i terroristi palestinesi morti, e flussi milionari verso esponenti di primo piano di Hamas. Sul caso, il Giornale pubblica dieci domande rivolte alle leadership di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, chiedendo chiarimenti su incontri e inviti in Parlamento a Hannoun, legami politici, presunte contiguità con ambienti islamisti. Alla domanda nove si legge: «La comunità ebraica vi accusa di tacere di fronte all’antisemitismo e di essere la falange dell’islamismo in Europa. È così?».

Domani torna sul dibattito attorno al ddl Delrio, con un commento critico di Daniele Susini che denuncia la crescente politicizzazione della lotta all’antisemitismo. Secondo Susini, categorie come Shoah, antisemitismo e antisionismo hanno «smarrito un valore autonomo» e sono ormai «piegate alle logiche dell’agone politico contemporaneo».

È morta sabato a Londra a 96 anni Eva Schloss-Geiringer, austriaca, sopravvissuta ad Auschwitz e «testimone della ferocia nazista, che di Anne Frank fu amica e sorella acquisita», racconta il Corriere della Sera. Nata a Vienna l’11 maggio 1929, si rifugiò ad Amsterdam con la famiglia per sfuggire alle persecuzioni e andò ad abitare di fronte ai Frank, diventando amica di Anne. Travolte dalla Shoah, entrambe le famiglie furono costrette alla clandestinità, poi tradite e deportate. Eva e la madre Fritzi sopravvissero ad Auschwitz; Otto Frank tornò vivo dal Lager, unico della sua famiglia, mentre Anne e la sorella Margot morirono a Bergen-Belsen. Dopo la guerra Fritzi Geiringer e Otto Frank si sposarono, rendendo Eva la sorellastra di Anne. Rimasta in silenzio per oltre quarant’anni, Eva dedicò poi la vita alla testimonianza della Shoah, diventando un’«educatrice instancabile della memoria», come la ricorda la Fondazione Anne Frank.

Attore protagonista della serie The Pitt, Noah Wyle racconta a Repubblica di aver voluto legare la storia del suo personaggio, il medico ebreo Michael “Robby” Robinavitch, alla strage del 2018 nella sinagoga Tree of Life di Pittsburgh. La serie è ambientata proprio a Pittsburgh e sarebbe stato impossibile, spiega Wyle, ignorare la strage antisemita. A riguardo, l’attore ricorda in particolare un dettaglio successivo all’attacco: la solidarietà della comunità musulmana, che raccolse i fondi per i funerali delle persone assassinate nella sinagoga.