DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 14 gennaio 2025
Che forma prenderà l’aiuto annunciato da Donald Trump agli oppositori iraniani massacrati dal regime? «Il Pentagono ha redatto da mesi piani di intervento, con target minimi e massimi», racconta il Corriere della Sera. Sono stati ad esempio ipotizzati «raid contro i simboli della repressione: caserme dei guardiani o della milizia basij, ufficiali, sedi della polizia», a salire «basi missilistiche, centri di comando e controllo, aeroporti e porti» e un gradino più alto «i vertici della Repubblica islamica» che, però, «hanno adottato le loro contromisure per garantire la continuità: secondo il New York Times, Khamenei ha nominato tre personaggi pronti a sostituirlo nel caso dovessero eliminarlo». Una mossa ancor più «urgente» dopo che «gli israeliani avevano confermato di averlo inserito nella linea di tiro», viene specificato. Le cronache dei giornali riferiscono di migliaia di morti, con spargimenti di sangue in molte città. «Le notizie, soprattutto circa il bilancio delle vittime, sono altalenanti», sottolinea La Stampa. «Anche se la sensazione è che ci si trovi di fronte a uno, se non il peggiore bilancio di morti nel corso delle proteste nella storia del paese».
«Ho la quasi certezza che i giorni delle negoziazioni con la Repubblica islamica siano finiti. Il loro popolo li vuole fuori. E gli Stati Uniti non dovrebbero dare al regime una via d’uscita», dichiara al Corriere il politologo statunitense Jason Brodsky, direttore di United Against Nuclear Iran. «Che ruolo avrà Israele in questa risposta?», gli viene chiesto. «Nessun ruolo», risponde l’esperto. Per Marco Mancini, già dirigente del controspionaggio e dell’antiterrorismo dell’intelligence italiana, intervistato dal Giornale, «oltre all’intervento dei servizi americani e dell’Azerbaijan, senza un contributo operativo esterno israeliano, che è in corso, come durante l’operazione dei cercapersone contro Hezbollah, sarà difficile rovesciare il regime, nonostante il 70% degli iraniani sia contro la dittatura». In tema il Foglio tesse le lodi del cancelliere tedesco Friedrich Merz per le sue posizioni lontane «anni luce dagli sbandamenti ora terzomondisti ora sedicenti anticolonialisti o anti-islamofobi di troppi leader europei affetti da tafazzismo incurabile». Merz, viene ricordato, è «lo stesso cancelliere che mesi fa disse ad alta voce quello che nessuno osava dire: combattendo contro il jihadismo “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”». Parlando con il Riformista, Fiamma Nirenstein ricorda: «L’Iran è il centro di una sedizione globale. Teheran prepara la bomba atomica per distruggere Israele. Si dota di missili balistici in grado di arrivare ovunque. Ha uno schieramento terroristico che va dagli Hezbollah ad Hamas, dagli Houthi alle milizie irachene».
E le piazze italiane? Secondo Libero, i silenzi sull’Iran del mondo propal che ha istericamente inneggiato contro Israele negli ultimi due anni sono «la maschera di un movimento che cade, un fronte che occhieggia ad Hamas e agli Hezbollah e al quale la questione dei diritti civili interessa solo come clava contro l’Occidente». “Pretoria, imbarazzo per le tre navi degli ayatollah arrivate ai ‘giochi di guerra’ dei Brics”, titola il Corriere. L’articolo si sofferma su alcune esercitazioni militari «che i sudafricani assicurano d’aver messo in cantiere ben prima che scoppiassero le crisi di Venezuela e Iran» e che «sono un giro di boa per tutti i Brics, gruppo che da vent’anni riunisce paesi emergenti ed emersi in funzione anti-G7».
«Se mettiamo insieme tutti gli elementi emersi in questi mesi è abbastanza naturale che nel Consiglio di pace per Gaza ci sia posto anche per Giorgia Meloni», spiega al Foglio l’ambasciatore Stefano Stefanini, già consigliere del Quirinale al tempo di Giorgio Napolitano presidente e oggi senior advisor dell’Ispi. «Il governo ha dato un chiaro sostegno al piano di pace di Trump. Inoltre, a differenza di altri paesi come Francia o Spagna, non ha riconosciuto lo stato di Palestina, decisione che avrebbe irritato Trump oltre che Israele».
«Io voglio continuare a vivere in un paese democratico, non in un sistema corrotto», dichiara al Sole 24 Ore l’ex dirigente del Mossad Udi Levi a proposito dell’inchiesta di Ynet su finanziamenti qatarioti a Hamas approvati da Israele fino a pochi giorni prima del 7 ottobre. «Ma non riguarda solo Israele, attenzione. Il Qatar tenta di corrompere e di comprarsi tutto il mondo occidentale, lo fa pagando politici, opinioni pubbliche, università».
Il Gazzettino del 13 gennaio riporta lo “sfogo” del rabbino capo di Venezia, Alberto Sermoneta, che ha denunciato: «Non sono libero di camminare indossando la kippah, devo mettere un cappello, altrimenti rischio di essere assalito da gente che non ha niente a che vedere né con la storia, né col tessuto sociale, né con la politica italiana». Durante la conferenza stampa di presentazione delle iniziative per il Giorno della Memoria, Sermoneta ha spiegato come a volte si trovi a dire che «siamo messi peggio che nel ’38».
«Io non sento di aver nulla a che fare con l’Israele di Netanyahu, quello non è più Israele. Sono un ebreo laico, e qui è come se avessi preservato l’ebraismo come sottofondo». A dirlo alla Stampa è lo scrittore Emilio Jona, 99 anni, del quale è appena uscito in libreria l’autobiografico Quattro donne (ed. Neri Pozza).
«Oltre sessanta tra dirigenti, imprenditori, professionisti, politici, intellettuali, docenti e, soprattutto, giornalisti». Tante, scrive il Tempo, «sono le nuove personalità inserite nella nuova versione della famigerata “lista degli agenti dell’Entità sionista in Italia”» del Nuovo Partito Comunista Italiano.
Il Giornale pubblica un brano dal libro I baffi di Anne di Tama Janowitz (Cantoni Editore), ambientato in Israele nel 1967.