DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 19 gennaio 2025

Per entrare nel Board of Peace per Gaza, ideato dal presidente Usa Donald Trump, servirà almeno un miliardo di dollari: una quota d’ingresso che garantisce peso politico e permanenza nel tempo, spiegano Corriere della Sera e La Stampa. I due quotidiani descrivono una diplomazia a pagamento che ridimensiona l’Onu e accentra le decisioni a Washington, con il presidente-fondatore Trump in grado di rinnovare o revocare l’iscrizione dei membri e di esercitare un controllo diretto sull’agenda del Consiglio. Hanno già annunciato l’adesione leader vicini a Trump come i presidenti di Ungheria e Argentina, Viktor Orbán e Javier Milei; l’Italia è tra i Paesi invitati e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato la disponibilità a «giocare un ruolo di primo piano». Secondo La Stampa, il Board non si limiterà a Gaza ma ambisce a intervenire in altri teatri di crisi, introducendo una gerarchia di influenza basata sul contributo finanziario. Il primo banco di prova sarà il Medio Oriente, ma la presenza di paesi come Turchia, Qatar ed Egitto, osserva il Corriere, apre tensioni con Israele.
Repubblica parla di «Trump United Nations», una «mini-Onu guidata a vita da Trump, privatizzata e a numero chiuso», che include figure come l’ex premier britannico Tony Blair, il segretario di stato Usa Marco Rubio, i mediatori di Trump in Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner, oltre a rappresentanti di Turchia e Qatar. La formula suscita «scetticismo e cautela» tra gli alleati europei. Il segretario generale dell’Onu António Guterres è stato prudente, ricordando che «gli Stati membri sono liberi di associarsi ad altri gruppi». Più dura la presidente dell’Assemblea generale, Annalena Baerbock, che avverte: «Si tornerà a tempi molto bui se verrà messo in discussione il fatto che l’Onu è l’unica istituzione con la capacità morale e legale di mettere insieme le nazioni».

Sulla reazione d’Israele al Board of Peace, i quotidiani spiegano che la contrarietà del governo di Benjamin Netanyahu nasce dal timore di una «internazionalizzazione forzata di Gaza». Secondo Repubblica e Corriere della Sera, a pesare è soprattutto la presenza nel Board of Peace di Paesi come Turchia e Qatar, considerati da Gerusalemme «ambigui o vicini a Hamas», e la possibilità che ciò apra alla presenza di loro uomini nell’enclave palestinese. Per Israele, Gaza e Cisgiordania restano un dossier di sicurezza nazionale, scrive Repubblica, non una questione da affidare a un organismo multilaterale: da qui la presa di distanza di Netanyahu, che ha chiarito che il progetto del Board of Peace «non è stato concordato con noi» e rischia di limitare la libertà d’azione israeliana sul piano militare e politico.

«Questa non è una vera tregua», sostiene la giornalista palestinese Majd Al-Assar, in un articolo-racconto da Gaza per La Stampa, parlando di una quotidianità segnata da droni, bombardamenti e confini del cessate il fuoco «elastici».

I disegni di legge contro l’antisemitismo in discussione al Senato sono «un’opportunità da non perdere», scrive sul Foglio il direttore della Fondazione Cdec Gadi Luzzatto Voghera, rispondendo alle critiche del portavoce di Amnesty International. La definizione Ihra, chiarisce il direttore del Cdec, «non equipara antisionismo e antisemitismo» e afferma che «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite». Il suo valore è quello di «bussola istituzionale» già adottata dall’Unione europea: ignorarla rischierebbe di produrre una legge «inefficace». Luzzatto Voghera difende anche il monitoraggio del Cdec sull’antisemitismo, «tutt’altro che inaccurato», fondato su criteri condivisi con Unar, Oscad e Ucei. Pratiche come il boicottaggio generalizzato di Israele o il paragone tra Shoah e Gaza configurano, ricorda, antisemitismo perché colpiscono «l’intera nazione israeliana» o producono una «distorsione della Shoah».

«Eravamo quattro gatti in piazza», scrive sul Foglio Filippo Sensi, senatore del Pd, raccontando la manifestazione organizzata sabato a Roma per l’Iran, con «più telecamere che politica». Sensi accusa i partiti, soprattutto a sinistra, di non saper più mobilitare. In tema di regime iraniano, Bret Stephens, editorialista del New York Times ripreso dal Foglio, spiega come l’antisemitismo degli ayatollah sia stato «un virus» che ha «lentamente distrutto l’Iran, portandolo al collasso». Non è Israele ad aver destabilizzato il paese dall’esterno, ma un’ossessione ideologica interna che ha «mescolato furie antisraeliane e antiebraiche», rendendo il regime «ostaggio del complottismo» e «vittima del proprio estremismo», fino a erodere le basi stesse del potere islamista.

A Milano si è svolta un’altra manifestazione di movimenti propalestinesi per chiedere la liberazione di Mohammad Hannoun e degli altri arrestati nell’inchiesta sui finanziamenti a Hamas, riporta il Giornale. In corteo slogan e cartelli di solidarietà agli indagati, con attacchi ai media e cori anti-Israele, inclusi richiami alla «liberazione della Palestina dal fiume al mare».

Zubin Mehta, che ha guidato per quasi cinquant’anni l’Israel Philharmonic Orchestra, ha annunciato di aver cancellato tutte le sue esibizioni in Israele in segno di protesta contro la politica del primo ministro Benjamin Netanyahu nei confronti dei palestinesi (Corriere e Repubblica).