LA LETTERA – Lucilla Efrati: E pensi solo al freddo
L’arrivo ad Auschwitz non è un semplice ingresso in un luogo: è una frattura, un silenzio che pesa più di qualsiasi rumore. Non è la mia prima volta ad Auschwitz, ma lo sguardo non si abituerà mai. Il paesaggio appare subito spettrale e ostile, ordinato e crudele allo stesso tempo. L’aria è fredda, tagliente, e anche quando il tempo è clemente sembra comunque attraversata da un gelo che non appartiene solo al clima, ma alla tragica realtà di ciò che è stato.
Attraversare questi cancelli rende impossibile non pensare allo shock dei deportati al loro arrivo: dopo viaggi interminabili, stipati nei vagoni bestiame, stremati dalla fame, dalla sete e dalla paura, privati di ogni dignità già prima di arrivare, si sono trovati davanti a un mondo incomprensibile. Cosa avranno pensato Alberto, Shlomo, Mario, Giuseppe, Costanza Settimia in quel momento? Avranno cercato con lo sguardo un volto amico, una spiegazione, un segno di umanità, mentre venivano impartiti ordini in una lingua sconosciuta? O avranno capito subito che lì le regole della vita civile non esistevano più?
Avranno provato paura per ciò che stava accadendo, paura per ciò che sarebbe successo di lì a poco. E poi il freddo: un freddo che entrava nelle ossa e non se ne andava più, aggravato da quelle vestagliette a righe sporche, troppo leggere per proteggere i corpi e troppo umilianti per non spezzare anche l’ultimo frammento di dignità. Indumenti tutti uguali, pensati per cancellare i nomi, le storie, le identità.
Baracche, reticolati, torrette di guardia: si percepisce subito quanto questo luogo fosse progettato per annientare non solo fisicamente, ma anche interiormente. Auschwitz non accoglieva: schiacciava. Non spiegava: imponeva. Eppure, dietro ogni numero cucito su una divisa, c’era una persona, un pensiero, un ricordo, una speranza che resisteva nonostante tutto.
Pensare a tutti coloro che non sono più tornati — uomini, donne, anziani, bambini — significa restituire umanità a chi doveva essere ridotto a un numero. Significa provare, anche solo per un istante, a immaginare il loro smarrimento davanti a quel paesaggio irreale, il battito accelerato del cuore, la consapevolezza confusa di essere entrati in un luogo da cui sarebbe stato quasi impossibile uscire.
Auschwitz oggi è silenzio, memoria, monito. Ma quel silenzio è pieno di voci.
Lucilla Efrati