MEMORIA – Nedo Fiano, dalla testimonianza ai ricordi svaniti

Il documentario si apre nella casa di riposo della Comunità ebraica di Milano. È qui che Nedo Fiano ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, ed è qui che aveva progressivamente perso la memoria. Per Ruggero Gabbai partire da questo luogo non è solo una scelta narrativa, ma una dichiarazione di senso: raccontare uno dei più importanti testimoni italiani della Shoah, nato a Firenze nel 1925 e scomparso nel 2020, a partire dall’assenza di memoria. È da questo punto che prende forma Nedo, il nuovo progetto del regista milanese, dopo l’applaudito Liliana, dedicato alla senatrice Segre.
«Un testimone della memoria che perde la memoria alla fine della sua esistenza è qualcosa di potentissimo», spiega Gabbai. «Forse è anche una liberazione dal dolore. Da lì torniamo indietro e proviamo a recuperare il Nedo del passato, usando il materiale di archivio, tra cui l’intervista realizzata per il documentario Memoria». Il racconto non segue una struttura cronologica classica, precisa il regista, ma si costruisce come un viaggio: quello compiuto da Fiano attraverso l’Europa della deportazione – sette campi di concentramento, tra cui Auschwitz e Buchenwald, da cui fu liberato l’11 aprile 1945 – e quello che oggi vengono chiamati a ripercorrere i tre figli, Emanuele, Enzo e Andrea, insieme ai sei nipoti.
Il documentario – prodotto da Rai Cinema e Forma International – prova a restituire la complessità di Nedo, una figura dalla vitalità straordinaria: «Era un uomo bellissimo, con una voce eccezionale, ironico, generoso. Non si risparmiava mai», ricorda il regista, che con Fiano, aveva costruito nel tempo un rapporto di amicizia. La sua testimonianza d’archivio, girata anche a Birkenau sotto la neve e il gelo, è segnata da un’energia inattesa, capace di tenere insieme la durezza dell’esperienza concentrazionaria e una profonda dimensione empatica.
Accanto alla sua voce, il film dà spazio alle riflessioni dei figli e dei nipoti. È qui che emerge con forza il tema della trasmissione del trauma.
«Il dolore si tramanda, c’è poco da fare», osserva Gabbai. «I figli sono tutti segnati dall’esperienza del padre, ma allo stesso tempo Nedo è riuscito a trasformare quel dolore in un insegnamento. Un faro di comportamento, più che una figura morale: diritti civili, libertà, responsabilità, costruzione del futuro. Linee guida che hanno attraversato le generazioni e che ancora oggi orientano il loro sguardo sul mondo».
La testimonianza di Fiano si distingue da quella di altri sopravvissuti per il suo carattere profondamente personale. «Racconta i fatti, sì, ma sempre con un piglio molto empatico, meno tecnico dal punto di vista cronologico», spiega il regista.
«Nedo racconta il viaggio, racconta le emozioni: l’addio alla madre, che aveva capito prima di lui che stava finendo tutto». Un racconto che riesce a farsi universale proprio perché radicato nell’esperienza individuale.
Il film non è solo uno sguardo sul passato. Il presente entra nel racconto senza forzature. Il contesto in cui il documentario nasce – dopo il 7 ottobre, in un momento drammatico per gli ebrei – fa da sfondo alle riflessioni dei figli e dei nipoti sull’oggi e sui conflitti contemporanei. «Non mi permetterei mai di dire cosa avrebbe pensato Nedo Fiano oggi», chiarisce Gabbai. «Ma credo sia giusto che chi guarda il film tenga conto del tempo in cui questo racconto viene fatto, in cui la memoria della Shoah è sotto attacco, banalizzata e distorta».
Realizzato con la consulenza storica di Marcello Pezzetti, il documentario si inserisce nel percorso di ricerca che Gabbai porta avanti da anni sulla Memoria della Shoah. «Io non penso di raccontare i morti», conclude il regista. «Io cerco di raccontare i sopravvissuti, e soprattutto i valori che sono riusciti a trasmetterci dopo una tragedia così grande. È questo che, secondo me, parla davvero all’oggi».

d.r.

Nell’immagine: i fratelli Fiano (da sinistra, Enzo, Emanuele e Andrea) durante le riprese del docufilm di Ruggero Gabbai sul viaggio del padre Nedo attraverso l’Europa della deportazione