DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 23 gennaio 2026
È nato a Davos il Board of Peace voluto dal presidente Usa Donald Trump per gestire la ricostruzione di Gaza. I quotidiani raccontano il debutto del Consiglio per la pace come un’operazione insieme politica, mediatica e controversa. Per il Corriere della Sera il cuore dell’iniziativa è il progetto illustrato da Jared Kushner per la «Nuova Gaza»: un piano da 30 miliardi di dollari, con porto, aeroporto, «100 mila appartamenti, 200 centri educativi e 75 cliniche», da completare in «2-3 anni». Ma la condizione è inderogabile: «Senza il disarmo, non possiamo cominciare a ricostruire. Senza il disarmo, Gaza resterà arretrata», ha sottolineato Kushner, definendo la smilitarizzazione di Hamas «la parte più complessa e sporca» del progetto. In Israele, però, prevale lo scetticismo, scrive il Corriere: fonti vicine al primo ministro Benjamin Netanyahu Netanyahu avvertono che il meccanismo rischia di «ricreare la stessa situazione strategica che ha portato ai massacri di due anni fa», mentre l’estrema destra accusa il premier di «delegare parte della sicurezza a un ente internazionale».
Repubblica guarda soprattutto alla cornice politica e simbolica del debutto. «La sostanza è tutta nella forma», scrive il quotidiano, descrivendo il Board come un palcoscenico dominato da Trump e frequentato da «sovranisti e autocrati», dal presidente ungherese Victor Orbán a quello argentino Javier Milei, con l’assenza significativa di molte democrazie europee. Trump rivendica il risultato: «Di solito ce ne sono almeno due che non mi piacciono, questi invece mi piacciono tutti», e ammette che «ci sono alcune persone controverse, ma sono influenti». L’annuncio più concreto arriva dal tecnocrate palestinese Ali Shaat, che promette la riapertura del valico di Rafah, subito seguito però dalla “televendita” della futura Gaza, tra rendering e grattacieli sul mare.
Per La Stampa, infine, il Board è soprattutto «un colpo mediatico»: un organismo con una forte funzione «simbolica e comunicativa», mentre «la sua capacità di incidere sui conflitti resta incerta». Trump firma la carta istitutiva e rivendica la presidenza permanente, sostenendo che il Board potrà fare «praticamente qualunque cosa» e lavorare «in congiunzione con le Nazioni Unite», formula che suscita cautela tra gli alleati.
Sul Giornale Fiamma Nirenstein saluta la nascita del Board of Peace come «il coraggio di voltare pagina» rispetto all’Onu, accusato di essere da decenni un apparato «terzomondista e woke», ostile a Israele e permeabile all’«antiamericanismo». Nirenstein giudica il Board «meno strano dell’Onu» perché almeno chiarisce i limiti: niente aggressioni a Usa e Israele, stop all’«antimperialismo» come alibi universale.
C’è stata una telefonata tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente Trump sul Board of Peace per Gaza. Il Corriere della Sera racconta il contatto come chiarificatore: l’Italia non chiude la porta, ma prende tempo. Meloni spiega che l’adesione richiede il passaggio parlamentare, mentre Trump conferma che la premier «vuole aderire ma ha bisogno dell’ok del Parlamento». La linea di Palazzo Chigi , scrive il quotidiano, è un «sì, ma non ora», per preservare il rapporto diretto con Washington e il ruolo italiano di ponte con gli Usa, abbassando al contempo i toni nel confronto europeo.
«Legge sull’antisemitismo. Il Pd resta diviso: i riformisti non firmano», titola il Corriere della Sera, fotografando lo scontro interno al Partito Democratico. Da un lato la maggioranza dem, con il ddl a firma di Andrea Giorgis; dall’altro l’area riformista guidata da Graziano Delrio, che non lo sottoscrive perché giudicato annacquato. Il testo, osserva il Corriere, è «prudentissimo fin dal titolo» e affianca l’antisemitismo alle «altre espressioni di odio», scelta che per i riformisti «ridimensiona il grave e specifico allarme». Repubblica conferma la frattura: per Delrio il ddl è «troppo generale» e «non coincide con il mio intento». Una linea ribadita dal senatore Pd in un’intervista ad Avvenire: «In certi momenti storici è necessario dare segnali su argomenti specifici», afferma Delrio. Al centro del dissenso nel Pd c’è inoltre l’esclusione della definizione Ihra nella proposta Giorgis, evitata, sostiene quest’ultimo, per non «criminalizzare ogni critica al governo di Israele»; ma Delrio replica che «la definizione chiarisce esplicitamente che criticare l’esecutivo israeliano non è antisemitismo». Sul fronte della maggioranza, Avvenire intervista Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato e firmatario di una delle proposte: Se «non si troverà una sintesi», avverte, si potrà «partire da uno dei ddl e poi aprire agli emendamenti», senza usare il contrasto all’odio per «limitare la libertà di espressione».
Per evitare una rottura definitiva, scrive La Stampa, il Pd ha affidato a un comitato ristretto il lavoro sugli emendamenti: un tentativo che rinvia lo scontro senza scioglierlo. Il 27 gennaio, in commissione, il testo base sarà comunque quello di Lega e Italia Viva; la partita decisiva, conclude il quotidiano torinese, si giocherà sugli emendamenti, dove i dem proveranno a ricomporsi o a certificare la divisione. Dalle fila Pd, il Giornale segnala le parole di Emanuele Fiano: «È per me un grande dolore e una grande ferita che il mio partito non abbia voluto accettare al Senato, una legge specifica sull’antisemitismo annacquandola in una proposta che contiene tutto».
La scelta di non adottare alcuna definizione sull’antisemitismo è «irresponsabile» e dimostra che il Pd «vive sulla luna», soprattutto alla vigilia del Giorno della Memoria, denuncia la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, in un’intervista al Foglio. Di Segni boccia il nuovo ddl dem firmato da Giorgis perché «non dà risposte a un problema che richiede urgenza» e critica l’esclusione di una definizione condivisa. Quella dell’Ihra, spiega, è «una guida operativa» usata «a livello europeo e internazionale» e già recepita dall’Italia. L’idea che impedirebbe le critiche a Israele «mi sconvolge», afferma Di Segni, ricordando che distingue chiaramente tra critica politica e odio antiebraico. Per la presidente Ucei la definizione Ihra dovrebbe essere «richiamata anche sul piano tecnico-legale»: alcune fattispecie sono già reati, come il negazionismo; altre, come gli attacchi alla senatrice a vita Liliana Segre, «configurano un assalto ai valori democratici». Una legge chiara e trasversale, conclude Di Segni, «non è un regalo agli ebrei», ma «una risposta dovuta in difesa della democrazia».
L’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Yaron Sideman, intervistato da La Stampa, invita a «aspettare di giudicare» il Board of Peace, perché «è stato appena varato», e difende la partecipazione di Israele, rivendicando il ruolo della pressione militare e della mediazione americana nel cessate il fuoco e nella liberazione degli ostaggi. Sul dialogo con il Vaticano, Sideman, in visita a Torino, riconosce che quello interreligioso «è crollato» davanti alla guerra di Gaza perché rimasto «confinato alle élite», ma rilancia una cooperazione più concreta: Israele e Santa Sede, sottolinea il diplomatico, sono «Paesi piccoli ma con una portata universale», capaci di incidere su tecnologia, istruzione e sicurezza alimentare. Alla vigilia del Giorno della Memoria, Sideman avverte che l’antisemitismo «va affrontato di petto» e respinge il nesso tra aumento dell’odio antiebraico e guerra a Gaza: «Non nasce da Gaza, trova sempre un pretesto». La guerra è «tragica», conclude, ma «lasciare Hamas al potere sarebbe stata un’alternativa peggiore per palestinesi, Israele e regione».
A proposito di rapporti tra Santa Sede e Gerusalemme, Leone XIV ha nominato l’arcivescovo italiano Giorgio Lingua come nuovo nunzio apostolico in Israele e delegato apostolico per Gerusalemme e Palestina. Lingua, scrive Avvenire, è stato consacrato vescovo nel 2010, ed è stato nunzio apostolico in Iraq e in Giordania dal 2010 al 2015. Poi a Cuba dal 2015 al 2019. Fino al nuovo incarico, ricopriva il ruolo di nunzio in Croazia.
«“Siamo tutti con Hamas”, dichiarò Fadwa Barghouti il 27 ottobre 2023 a La Repubblica, tre settimane dopo il massacro del 7 ottobre. Ci chiediamo: chi oggi la incontra e la sostiene, concorda con quel sostegno a Hamas?». È la domanda posta dall’ambasciatore israeliano in Italia Jonathan Peled, citato da Libero, intervenendo sul tour romano della moglie di Marwan Barghouti, condannato in Israele a cinque ergastoli per terrorismo. Il quotidiano ricostruisce audizioni e convegni con esponenti della sinistra italiana. Sulle stesse pagine Giovanni Sallusti parla della signora Barghouti come «nuovo totem della sinistra», denunciando una «processione» mediatica attorno alla moglie di un «vate-terrorista» e una causa palestinese ridotta a «mono-ossessione anti-israeliana».
Il Giorno della Memoria viene sempre più spesso «strumentalizzato per iniziative propalestinesi» che accostano «Gaza ad Auschwitz», trasformando la Shoah in una «trappola contro gli ebrei», denuncia il Giornale. Il quotidiano cita convegni e corsi per il 27 gennaio che parlano di «genocidio di Gaza» o di «didattica della Shoah dopo Gaza», e richiama le parole dello storico Michele Sarfatti, che parla di «corsi di deformazione» e «invenzioni malevole». Per il semiologo Ugo Volli si tratta di «uno scherno antisemita», mentre il consigliere milanese Daniele Nahum parla di «un attacco frontale all’esistenza stessa dello Stato di Israele».
Su Repubblica Luigi Manconi scrive che il prossimo Giorno della Memoria, pur «difficile da celebrare per la violenza del presente», può ritrovare senso evitando banalizzazioni e false equivalenze, citando la guerra a Gaza ma accusando allo stesso tempo il governo Netanyahu di «crimini di guerra e contro l’umanità». Il rischio, scrive Manconi, è l’idea che «le vittime si siano fatte carnefici», un sillogismo che «alimenta il razzismo» e oscura l’«unicità della Shoah», che va ricordata senza relativizzazioni né strumentalizzazioni politiche.
La responsabile dell’Archivio storico di Intesa Sanpaolo Barbara Cosa presenta sul Sole 24 ore la mostra esposta al Memoriale della Shoah di Milano La persecuzione patrimoniale degli ebrei, incentrato sulla storia di tre famiglie milanesi: i fratelli Silvia ed Eugenio Colorni, Sara e Stella Dana, Carla e Rinaldo Levis.