MEMORIA – Le campagne d’odio partono dal linguaggio
Anche se il clima generale non invoglia a farlo, è ancora inevitabile nel mese di gennaio occuparsi della Giornata della Memoria. Inutile negarlo, c’è un 27 gennaio prima del 7 ottobre e uno dopo il massacro perpetrato da Hamas – subito sostenuto da Hezbollah e gli Huthi, solo per citare altre due minacce – che ha dato avvio alla più forte e sanguinosa risposta israeliana della storia del già tragico conflitto israelo-palestinese, o arabo-israeliano. La definizione risente degli approcci analitici e/o dei diversi periodi storiografici. Da quella fatidica data, è persino superfluo ricordare le notissime cifre, si è scatenata l’ondata di antisemitismo più grave dal 1967.
Forse, per durata e intensità che non accenna a diminuire nemmeno di fronte a efferati attentati come quello di Bondi Beach (solo due giorni dopo, alla faccia della solidarietà, c’è stata una raccapricciante interruzione violenta della cerimonia di accensione dei lumi di Chanukkah ad Amsterdam), dalla Seconda Guerra Mondiale. Come ci ha insegnato una volta per tutte Viktor Klemperer nel suo celeberrimo La lingua del Terzo Reich, le campagne d’odio partono dal linguaggio.
Così, nei giorni, forse ore, appena successivi al 7 ottobre, l’attentato terroristico più grave dopo l’11 settembre era già divenuto un atto di resistenza, l’inevitabile risposta militare per ridare sicurezza al confine sud del Paese una vendetta (un noto e colto cardinale non esitò a tirare in ballo la Legge di Lamek che chiama una vendetta «settanta volte tanto») e infine, a soli due mesi dall’inizio del conflitto, una guerra, un genocidio, o – ad minimum – come ha scritto in modo ridicolo una prestigiosa firma del giornalismo italiano appena il vento ha cominciato a spirare in direzione contraria a Israele, una pulizia etnica. L’inizio di quella distorsione di sovietica memoria del vocabolario, nota come «nazificazione di Israele», ossia l’uso del vocabolario della Shoah rivolto contro lo Stato ebraico. Propaganda codificata e già ampiamente in uso nei decenni precedenti. Basti pensare all’Enrico Berlinguer del 1982: «Siamo di fronte a qualcosa di mostruoso che suscita raccapriccio ed esecrazione. Questa furia omicida ricorda le nefandezze dei nazisti», seguito dall’immancabile excusatio non petita: «E sia chiaro: sono ostile all’antisemitismo come a qualsiasi altra forma di odio razziale: compreso quello di cui appaiono pervasi gli attuali governanti di Israele». Un’uscita non così diversa da quella di Elly Schlein nella grande manifestazione a supporto di Gaza del 7 giugno scorso, a conferma del perdurare di certi pregiudizi. Anche lì, excusatio non petita, accusatio manifesta.
Insomma, l’impianto retorico, intrecciatosi a dinamiche geopolitiche dell’oggi, era formato a prescindere dall’andamento del conflitto. Sia chiaro, chi scrive è criticissimo nei confronti del modo in cui è stata condotta la guerra a Gaza, che – all’opposto delle straordinarie azioni militari e di intelligence condotte sul fronte nord – ha contraddetto in toto la dottrina di guerra israeliana, come non hanno mancato di far sapere al governo in carica le stesse autorità militari in diversi momenti della guerra. Una guerra tradottasi in un massacro di civili per mancanza totale di obiettivi militari realistici.
Ho, però, guardato con raccapriccio la trasposizione dal piano politico-militare a quello dell’anatema teologico, dove non si è mancato di riesumare dalla pattumiera della storia i peggiori stereotipi della perfidia judaica e degli ebrei assetati del sangue dei bambini. Icone classiche dell’antigiudaismo sapientemente usate dalla propaganda di Hamas, che ben sapeva di poter sfruttare un immaginario antigiudaico stratificato in secoli di cultura europea, ancor prima che musulmana.
L’incredibile, ma anche questo è coerente con la storia dell’antigiudaismo europeo di derivazione cristiano-ellenistica, tutto questo armamentario linguistico è riemerso accompagnato dalla sensazione di combattere per il bene.
Perché, si sa, l’antisemitismo è l’unica forma di pregiudizio che può essere agita sentendosi “buoni”: l’idea di una fratellanza universale contrapposta al settarismo ebraico. Ma questi ultimi anni non hanno svelato solo quanto dalle nostre parti si sia molto lavorato sul linguaggio razzista (in rete si trovano video e video di autorevoli intellettuali che solo qualche decennio fa utilizzavano con disinvoltura la parola “negro”), sul linguaggio omofobo (la generazione cresciuta in Italia negli anni ‘80 ben si ricorderà dei cosiddetti b-movie in cui i Lino Banfi e i Lando Buzzanca di turno sbeffeggiavano «i froci e i ricchioni»). Banfi chiese scusa in un recente Giffoni Film Festival, molto sul linguaggio di genere («Buongiorno a tutte e a tutti», tutt*, tuttə), ma zero, se non in ambienti ultraspecialisti, sul linguaggio antigiudaico.
Atroci alcune uscite di noti intellettuali che, rispolverando la logica marcioniana, si sono inventati neologismi come “israelismo”, il male oscuro da cui l’ebraismo dovrebbe purificarsi, o ritirato in ballo il Dio crudele ebraico contrapposto a quello amorevole del Nuovo Testamento. Si è così svelato l’errore di aver coltivato una memoria della Shoah, estraendola dalla storia dell’antigiudaismo occidentale, come se la propaganda nazista non avesse goduto del vantaggio offertole da secoli di odio antiebraico.
In fondo, si sono sempre coltivate due memorie: una ebraica, che ha sempre ricordato la Shoah come crimine contro gli ebrei, un’altra, occidentale, che ha tramutato il crimine antiebraico per definizione in un generico crimine contro l’umanità. Forse bisognerebbe ricominciare dall’ebreo polacco Raphael Lemkin, che ha coniato il secondo per esprimere l’abnormità del primo.
Davide Assael
(Una scritta antisemita e anti Israele comparsa su un muro di Milano dopo una manifestazione propal nel febbraio 2024)