LUNARIO – La Cantica del Mare, il canto della libertà

Il secondo libro della Torà, Shemot (Esodo), che abbiamo cominciato a leggere il 10 gennaio, è chiamato dal Ramban (Nachamide) Sefer ha-Galut veha-Gheulla, il libro dell’Esilio e della Redenzione (Ramban, Introduzione al Libro di Shemot). La liberazione secondo i Maestri attraversa diverse fasi: la liberazione fisica dalla schiavitù che già inizia in Egitto, la liberazione intermedia nel momento del passaggio del Mar Rosso, e la liberazione spirituale che si realizza con l’accettazione della Tora sul Monte Sinai e con la costruzione del Tabernacolo. Il momento del passaggio in mezzo alle acque del Mare è un momento di elevazione spirituale e di purificazione che viene accompagnato da una Cantica, la Shirat Hayam. In quel giorno tutto il popolo – gli uomini, le donne e anche i bambini – rivolge una lode a Dio riconoscendone l’immensa potenza e la sovranità assoluta. Il canto riesce a rompere le catene della prigionia ed esprime la voce di un popolo che finalmente è libero, dopo secoli di schiavitù e di persecuzioni.
Il brano della Cantica del mare (Shemot 14,30 – 15,19) viene recitato nella tefillà della mattina ogni giorno, come introduzione allo Shemà e alla Amidà. L’uso, che non è riportato nel Talmud, è attestato nel Machazor Witri, un’opera liturgica di rav Simcha di Witri (Francia, XI sec.), che scrive: «Sappiate che l’uso di recitare la Cantica del Mare è un uso di tutta la Comunità di Roma e di tutte le Comunità vicine, come anche delle Comunità Spagnole, fin dall’Esilio da Gerusalemme». Si tratta quindi di un minhag molto antico proveniente dalla Terra d’Israele, e che dall’Italia si è diffuso in Spagna e nelle altre comunità ebraiche.
In realtà, i versi centrali della Cantica erano già inclusi nella berakhà successiva allo Shemà, sia della sera sia della mattina. Nella Berakhà sulla Redenzione di Israele (Ga’àl Israèl) son citati infatti i versi: «Chi è pari a Te, fra gli dei? Chi è come Te, che sei cinto di Santità, degno di tremende lodi, operatore di prodigi?» (Shemot 15,11) e poi il verso conclusivo «Il Signore regnerà per sempre» (Shemot 15, 18). Nella berakhà della mattina la Cantica è chiamata Shirà chadashà, una nuova cantica, perché nel momento in cui il popolo esce dall’Egitto è un popolo nuovo, e per la prima volta può esprimere la sua lode a Dio senza timore o preoccupazione.
Il Talmud nel trattato di Sota (30b) riporta diverse opinioni sulla modalità con cui la Cantica veniva recitata da Mosè e dal popolo. Secondo Rabbì Aqivà, Mosè recitava ogni verso e il popolo rispondeva con una specie di ritornello: «Canto al Signore, perché si mostrò eccelso, cavallo e cavalcatore lanciò nel mare» (Shemot 15, 1). Rabbì Eliezer figlio di rabbì Yosè haGhelilì pensa invece che ogni verso sia stato anticipato da Mosè, e poi ripetuto interamente dal popolo. Rabbì Nechemià sostiene ancora che Moshè abbia iniziato ogni verso da solo, e poi il popolo abbia proseguito. I Maestri si sono chiesti inoltre come mai Mosè abbia atteso l’ultimo dei miracoli per comporre una Cantica, e non abbia invece rivolto un canto di ringraziamento per le dieci piaghe. La risposta, secondo l’Or haChayim (Rav Chayim ibn Atar, Marocco-Gerusalemme, XVIII sec.) è proprio nelle prime parole della Cantica: «Allora Moshè cantò con i figli d’Israele…» (Shemot 15,1). Quando Dio mandò le piaghe in Egitto, il popolo non era ancora convinto della liberazione, e secondo lo Zohar «la parola era ancora in Esilio». Mosè aspetta quindi che ogni ebreo sia pronto, in modo da intonare la Cantica insieme a tutto il popolo come fosse una sola persona.

Rav Jacov Di Segni

(Immagine: @Alexey Grigorev)