DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 5 febbraio 2026
I colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran si terranno domani in Oman – e non in Turchia come anticipato –, nonostante le fortissime tensioni della vigilia. Diversi quotidiani raccontano come il vertice ieri sembrava essere saltato: il presidente Usa Donald Trump ha minacciato nuove opzioni militari contro il regime degli ayatollah – la guida suprema Ali Khamenei «dovrebbe essere preoccupato» –, ma pressioni di diversi leader mediorientali hanno riaperto la strada diplomatica. Washington ha accettato l’incontro «per rispetto» degli alleati regionali, pur restando scettica. Al centro dello scontro, spiega il Corriere della Sera, restano contenuti e formato dei negoziati: gli Usa vogliono discutere anche del programma missilistico iraniano e del sostegno a milizie come Hezbollah e Hamas, richieste respinte da Teheran, che insiste su un confronto limitato al dossier nucleare e in forma bilaterale. Sullo sfondo pesa la linea dura di Israele: Benjamin Netanyahu ha ribadito agli emissari americani di «non fidarsi del regime». Intanto Trump mantiene la minaccia militare, con l’“Armada” dispiegata nel Golfo, mentre incidenti navali tra forze iraniane e statunitensi contribuiscono ad alzare la tensione.
Diverse analisi guardano con scetticismo ai colloqui Usa-Iran. Sulla Stampa Stefano Stefanini osserva come per Teheran missili balistici, rete di milizie regionali e programma atomico rappresentano «i tre pilastri della propria proiezione di potenza» e che rinunciarvi significherebbe per il regime «indebolirsi all’interno». I regimi autoritari tendono a mantenere lo scontro esterno per rafforzare il controllo interno, sottolinea Stefanini, e, in questo quadro, «meglio lo scontro militare, pur disastroso, che perdere la faccia con una resa diplomatica». Il negoziato di Muscat per Fiamma Nirenstein (Giornale) rappresenta un «incontro beffa»: gli ayatollah, spiega, non rinunceranno al loro programma atomico perché «è l’anima, l’incarnazione dell’idea stessa della venuta finale e messianica del Mahdi, come vuole la Shia islamica, il coronamento del potere islamico mondiale». E «delle sofferenze del popolo non si curano».
Le Idf affermano di aver colpito ieri terroristi di Hamas e Jihad islamica in risposta al ferimento di un soldato israeliano, in una serie di attacchi nella Striscia di Gaza. Repubblica e Domani riferiscono della morte di 24 persone, tra cui otto bambini, citando le autorità sanitarie di Hamas. Le vittime registrate dall’inizio del cessate il fuoco del 10 ottobre sono 560, scrive Repubblica. Intanto al valico di Rafah i palestinesi denunciano restrizioni e controlli severi, con decine di feriti e malati rimasti bloccati nel tentativo di lasciare la Striscia.
Il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas ha annunciato che il 2026 sarà «l’anno della democrazia palestinese» e che il 1° novembre si terranno le elezioni per il Consiglio nazionale palestinese, con il voto «ovunque sia possibile», da Gaza alla diaspora. Ma, scrive il Foglio, molti osservatori parlano di «fumo negli occhi», perché l’organismo resta controllato dall’Olp mentre il vero parlamento palestinese è fermo dal 2007. L’analista Samer Sinijlawi sostiene che Abbas starebbe «solo cercando di prendere tempo» gestendo «un teatrino politico di cui è l’unico regista», mentre altri esperti giudicano il voto «significativo solo su un piano simbolico» e difficilmente capace di cambiare gli equilibri politici senza riforme più ampie.
Il Sole 24 Ore racconta la situazione nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est, e parla di «guerra silenziosa combattuta con demolizioni e sfratti» di abitazioni palestinesi per fare spazio a progetti urbanistici e archeologici sostenuti dalle autorità israeliane. Le istituzioni affermano che le case distrutte erano prive di permessi edilizi, ma attivisti e legali replicano che ottenerli sarebbe «quasi impossibile».
«Io ci andrei. Un capo di governo non rappresenta ciascuno dei suoi cittadini. Credo che sia sbagliato penalizzare un artista, che magari nemmeno dichiara la sua idea, per colpa di chi governa». Così la cantante Laura Pausini, intervistata dal Corriere della Sera, interviene sulle polemiche legate alla presenza di Israele all’Eurovision, respingendo l’idea del boicottaggio. L’artista sottolinea come la musica debba restare uno spazio di dialogo e confronto, separato dalle responsabilità politiche dei governi.
Libero segnala nuove polemiche in vista della Biennale d’Arte di Venezia 2026, dove un gruppo di artisti ha chiesto l’esclusione di Israele «fino a quando non sarà chiamato a rispondere dei propri crimini», minacciando boicottaggi. Israele sarà comunque presente con lo scultore Belu-Simion Fainaru, nato in Romania e residente a Haifa, che replica che «l’arte è uno spazio di dialogo, non di esclusione» e si dice «totalmente contrario ai boicottaggi».
«Deluso dal fatto che nessuno abbia deciso di dire nulla su ciò che sta accadendo in Iran». Così il cantante dei Disturbed David Draiman, che, racconta il Foglio, accusa il mondo dello spettacolo di tacere sulle repressioni del regime iraniano e sulle «decine di migliaia di innocenti massacrati» durante le proteste. Draiman denuncia l’assenza di prese di posizione alle premiazioni dei Grammy e attacca le celebrità che mobilitano campagne su altre cause ma restano in silenzio su Teheran, sostenendo che «il coraggio è difendere ciò che è giusto anche quando il pubblico non applaude».
A Londra la Corte d’assise di Woolwich ha assolto sei attivisti di Palestine Action accusati di aver danneggiato nel 2024 uno stabilimento della società israeliana Elbit Systems. Per i sostenitori è una «vittoria» che riconosce un presunto diritto morale alle azioni contro aziende legate a Israele, mentre l’organizzazione degli ebrei britannici esprime timori che la sentenza possa legittimare atti criminali (Fatto Quotidiano e Riformista).
Repubblica racconta il maxi taglio al Washington Post deciso da Jeff Bezos, con circa 300 giornalisti licenziati e la chiusura di diverse redazioni estere, tra cui quella di Gerusalemme, insieme a Kiev, Berlino e Il Cairo. I tagli colpiscono anche cronisti premiati per la copertura della guerra a Gaza e di vicende legate a Israele.