LA POLEMICA – Emanuele Calò: Quando fa comodo andare contro l’Onu

Grazie alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu 2803 (2025), del 17 novembre 2025, che ha fatto proprio il piano di pace di Donald Trump, Gaza sarà governata da un governo transitorio che include un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle amministrazioni comunali per la popolazione di Gaza. Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, il “Board of Peace”, che sarà presieduto dal Presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex Primo Ministro Tony Blair. Questo primato di Trump contrasta con l’art. 11 della nostra Costituzione, che consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. Non essendoci parità, l’Italia non può parteciparvi. Nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che lo desiderano saranno liberi di farlo e di tornare. I gazawi saranno incoraggiati a rimanere e saranno loro offerte delle opportunità per costruire una Gaza migliore. Hamas e altre fazioni accettano di non avere alcun ruolo nella governance di Gaza, direttamente, indirettamente o in alcuna forma. Vi è pure la chiara prospettiva di uno Stato. Questo comporta che, mentre Hamas accetta il piano di pace, i nostri propal non sono d’accordo, e si rivelano più estremisti di Hamas, che da sempre è considerata come un’entità terroristica dall’Unione europea. Non è un paradosso. Bisogna pur dire che è scandaloso il catalogo che potremmo chiamare “scuse e pretesti” di buona parte della sinistra italiana, alla quale è così inviso Israele da aver magicamente rimosso l’esistenza di questo piano di pace approvato dal Consiglio di Sicurezza Onu (le cui risoluzioni hanno una diversa cogenza rispetto a quelle dell’Assemblea Generale; in generale, le risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza ai sensi del Capitolo VII della Carta sono considerate vincolanti, in conformità all’articolo 25 della Carta).  I propal lamentano che l’Onu resti emarginata, eppure è stata la stessa Onu a creare e legittimare questa struttura. Non lamentano, invece, che l’Onu si disinteressi di quanto accade in Iran.

Tutto questo non si potrebbe capire, se non si sapesse che certa cultura di sinistra è da sempre basata sul rifiuto di tutto e di tutti. A una certa sinistra non sta bene nulla, per principio, un atteggiamento patologico che, una volta rimossa questa deriva regressiva, potrebbe consentirle per sempre l’alternanza al potere, che è indispensabile per il corretto funzionamento di una democrazia. Una ragione ci sarebbe: in Germania la Spd, nel congresso della svolta di Bad Godesberg, optò per un’ideologia diversa, in Italia si rimase all’invocazione di un nuovo ordine mondiale basato sul ruolo dell’Onu, sul rifiuto della guerra e su una nuova solidarietà Nord-Sud del mondo. Un certo distacco dalla realtà, che porta addirittura a adorare l’Onu ma al contempo a rimuovere l’unica sua ottima conquista, la citata Risoluzione 2803/2025.

Nel frattempo, il tristissimo boicottaggio degli israeliani (sembra che molti di loro siano ebrei), aziende farmaceutiche comprese, si svolge in un clima che oscilla fra Kafka e Ionesco, perché la pace c’è e anche le soluzioni operative ci sono. Eppure, per i propal non è cambiato nulla, scavalcando addirittura Hamas. Potremmo, per esempio, chiedere a questi buontemponi di lasciare tranquilla Farmacap, se volesse comperare ancora i farmaci Teva? I malati di tumore? Non sono considerati. Potremmo pure chiedere loro cosa vogliono da Israele? A parole, sono contro l’occupazione, ma non sono affatto certo che sia così, visto che: a) Arafat e Abu Maazen hanno sempre rifiutato di prendersi (diciamo) la Cisgiordania b) Hamas, indispettito per il ritiro israeliano, ha lanciato razzi su Israele per due decenni. Kafka (o Ionesco?) ne avrebbero tratto delle pagine memorabili.

Eppure, bisognerebbe saper distinguere il teatro dalla realtà. Samuel T. Coleridge (1772-1834) coniò l’efficace definizione di willing suspension of disbelief, ossia, uno iato nella consapevolezza, una volontaria sospensione della miscredenza oppure dello scetticismo. Senza questo congegno, non potremmo assistere ad una finzione, perché privi di qualsivoglia emozione. È per questa ragione che ci emozioniamo al teatro o al cinema. Ne consegue che i propal assistono alle vicende di Gaza rimuovendo la realtà, agiscono come se fossero al cinema oppure a teatro.

È un loro problema, e me ne dispiaccio: ma è possibile che l’Italia intera si faccia coinvolgere, dimenticando che i  propal lottano per ottenere qualcosa (la pace) che già esiste? Il malato si affeziona – talvolta – alla propria malattia. In psicologia, questo fenomeno è spesso descritto come vantaggio secondario della malattia. Si verifica quando una persona, pur soffrendo, trae inconsapevolmente dei benefici dalla propria condizione. Con la pace: a) bisognerebbe accettare l’esistenza di Israele, b) cadrebbe tutta la narrazione che hanno quantitativamente e qualitativamente accumulato, e c) quei professori universitari di medio livello culturale, che sono assurti a guru, dovrebbero mestamente tornare a insegnare le materie per le quali sono inquadrati: non più dottorati per la pace ma la disciplina per la quale hanno vinto un concorso. Cesare Pavese (“Lavorare stanca”, una perla poetica) è stato un anticipatore.

Emanuele Calò