DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 9 febbraio 2026

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha anticipato a mercoledì la visita a Washington, dove incontrerà il presidente Usa Donald Trump per discutere del dossier iraniano e della situazione a Gaza, in un contesto regionale sempre più teso. La Stampa sottolinea come Netanyahu punti a influenzare i negoziati con Teheran, mentre l’Iran ribadisce che «nulla fermerà l’arricchimento nucleare» e continua ad alzare i toni. Gerusalemme insiste perché eventuali accordi includano limiti ai missili balistici iraniani e al sostegno alle milizie regionali. Fonti della sicurezza israeliana, riportano Stampa e Libero, hanno dichiarato che il paese è pronto ad agire autonomamente se verranno superate le “linee rosse”. Secondo Libero, Gerusalemme ha recapitato questo messaggio a Washington: «Se avete mosso la portaerei Abraham Lincoln per tenerla parcheggiata nel Mare Arabico, ci pensiamo noi a lanciare un’offensiva contro l’Iran, sempre più minaccioso».

In Iran la repressione continua: il premio Nobel per la Pace 2023 Narges Mohammadi è stata condannata a sei anni di carcere con accuse di associazione a delinquere e collusione, oltre a ulteriori pene per propaganda, divieto di espatrio e due anni di esilio interno, mentre è in sciopero della fame dal 2 febbraio, riporta Libero. La repressione colpisce anche esponenti moderati e riformisti. E cresce la tensione sociale: secondo il Wall Street Journal, i commercianti dei bazaar di Teheran stanno promuovendo nuove proteste per il 17 e 18 febbraio.

Il Board of Peace voluto dal presidente Trump terrà la sua prima riunione il prossimo 19 febbraio a Washington. Ma sul fronte di Gaza, Hamas conferma di non voler deporre le armi, sostenendo che il disarmo renderebbe i palestinesi «facili vittime» e limitandosi a ipotizzare solo tregue temporanee. Lo ha dichiarato da Doha – durante l’Al Jazeera Forum – il leader politico del gruppo terroristico, Khaled Mashaal (Stampa e Giornale).

A condividere il palco con Hamas a Doha, sottolineano Libero e Giornale, è stata la relatrice Onu Francesca Albanese, che si è spinta a definire Israele «un nemico comune dell’umanità». «È assurdo che un rappresentante delle Nazioni Unite scelga di salire sullo stesso palco con terroristi le cui mani sono sporche di sangue», ha scritto l’ambasciatore d’Israele all’Onu, Danny Danon. «Questa è una vergogna morale e un profondo fallimento del sistema che dovrebbe “proteggere i diritti umani”». Il Giornale segnala anche la reazione del presidente degli ebrei francesi, Yonathan Arfi: «La Francia e l’Europa devono esigere che Francesca Albanese venga rimossa dal suo incarico all’Onu».

Hamas ha ringraziato i portuali che venerdì hanno scioperato contro il transito di armi dirette a Israele, apprezzando, riporta il Giornale, l’adesione di «oltre 20» sigle sindacali in vari paesi del Mediterraneo. Nel messaggio diffuso da Al Jazeera, l’organizzazione terroristica ha anche invitato i sindacati di tutto il mondo ad «ampliare le campagne di solidarietà», chiedendo nuove mobilitazioni pro Palestina. «Ci sono state anche numerose azioni, pressoché tutte fallite, contro cargo in transito dai porti italiani che prima erano passate per i porti dello Stato ebraico», sottolinea il Giornale.

Repubblica racconta la storia di Rotana Al-Raqab, palestinese rientrata a Gaza dopo quasi un anno in Egitto, che descrive una Striscia «cancellata» e irriconoscibile tra macerie e distruzione. Tornata a Khan Yunis, dove vive ora in una tenda con la famiglia, spiega di aver perso casa e parenti ma rivendica la scelta di restare: nonostante fame e bombardamenti, Gaza resta «l’unico posto dove mi sento libera». Domani racconta le difficoltà dei corridoi universitari italiani per studenti e ricercatori palestinesi di Gaza: nonostante alcune evacuazioni grazie alle borse di studio, molti restano bloccati tra ritardi, criteri poco trasparenti e ostacoli burocratici.

«Chi protesta è nemico dell’Italia»: le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni aprono diversi quotidiani, dopo i sabotaggi ai treni e gli scontri durante i cortei contro le Olimpiadi Milano-Cortina. Le indagini, riporta il Corriere della Sera, ipotizzano una rete di militanti antagonisti e anarchici, stimata in circa 2 mila persone, accusati di infiltrarsi nelle manifestazioni, tra cui quelle per Gaza, e organizzare azioni violente. L’opposizione parla di fallimento del governo sul fronte della sicurezza.

Libero chiede al cantante Al Bano la sua posizione sul boicottaggio di Israele annunciata da alcuni artisti che parteciperanno a Sanremo: «Non si può condannare un popolo perché una parte del governo ha deciso di fare quello che ha fatto», afferma il cantante. «Lo stesso vale per gli sportivi. Artisti e atleti non sono guerriglieri e non rappresentano un’intera nazione. Non capisco dove vada a finire l’intelligenza, certe volte». Domani intervista Ermal Meta, che porterà a Sanremo un brano ispirato alla situazione a Gaza, dedicato alle «persone intrappolate tra muri e mare». Il cantautore denuncia l’indifferenza verso il conflitto, dichiarando che «ci siamo ormai assuefatti alle immagini piene di orrore che arrivano dalla Palestina».

Il Fatto Quotidiano racconta le proteste a Sauze d’Oulx, in Val di Susa, contro la presenza di gruppi di soldati israeliani reduci da Gaza in vacanza sulle piste per periodi di “decompressione”. Attivisti No Tav e manifestanti hanno contestato la loro presenza con cortei e bandiere palestinesi, mentre il sindaco difende l’accoglienza turistica sostenendo che gli israeliani «non hanno mai creato problemi».

Si è dimesso il capo di gabinetto britannico Morgan McSweeney, travolto dallo scandalo legato alla nomina dell’ambasciatore a Washington Peter Mandelson, coinvolto negli Epstein files. McSweeney si è assunto «la piena responsabilità» della scelta, nel tentativo di proteggere il premier laburista Keir Starmer, sempre più sotto pressione interna, racconta Repubblica. Il quotidiano ripercorre anche l’ascesa politica di McSweeney, ricordando tra l’altro il periodo giovanile «in un cantiere, poi in un kibbutz in Israele», esperienza citata come parte della formazione del principale stratega del Labour.