SHIRIM – La Primavera di Saba
Primavera che a me non piaci, io voglio
dire di te che di una strada l’angolo
svoltando, il tuo presagio mi feriva
come una lama. L’ombra ancor sottile
di nudi rami sulla terra ancora
nuda mi turba, quasi anch’io potessi
dovessi
rinascere. La tomba
sembra insicura al tuo appressarsi, antica
primavera, che più d’ogni stagione
crudelmente risusciti ed uccidi.
Per Shirim versi di Umberto Saba (Trieste 1883 – Gorizia 1957).
Tacita giunge in febbraio la violetta. Per lei l’occhio appannato incontra il verde manto erboso.
S’avverte d’intorno come un presagio: presto la mimosa bacerà i campi, portando seco un calore dolce e vicino come un fiato.
Ogni gioia pare tornare in quel balenio viola e delicato, nei petali di velluto intirizziti.
La luce dorata ribussa ai portoni. Nei declivi oscuri s’annida, sussulta un brulicare azzurro, come di molte vene, di molte vite risvegliatesi. E un precipitarsi sulla terra a prendere per mano il sogno, a rivelare ancora l’antica e nuova primavera.
Taciti corrono i giorni, lucidi i mattini.
Se nella tenebra invernale ci si immerse confidando che potesse da ogni cosa preservarci come un pago letargo consapevole, la luce crudele ci snuda, ci rivela.
Chiaro risuona il richiamo nelle tiepide ore svelate.
Risponderà il corpo nel muto destino.
Shirim è a cura di Mariateresa Amabile, poetessa e docente di Diritti Antichi all’Università di Salerno