DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 19 febbraio 2026

Alle 10.00 del mattino a Washington (le 16.00 italiane) il presidente Usa Donald Trump riunirà membri e osservatori per il primo incontro del Board of Peace sulla ricostruzione di Gaza. La Casa Bianca, riportano Sole 24 Ore e Corriere della Sera, parla di «oltre 5 miliardi di dollari» per aiuti e ricostruzione e di «migliaia di persone per la forza internazionale di stabilizzazione e la polizia locale», con possibili contributi da Indonesia, Marocco, Grecia e Albania. Alla riunione, al Donald Trump Institute of Peace, parteciperanno 27 paesi su 50 invitati, mentre almeno 14 avrebbero rifiutato. A livello ministeriale, racconta il Corriere, saranno presenti Giordania, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita, Marocco, Oman, Turchia, Bielorussia, Israele. Il Telegraph, ripreso dal Giornale, riferisce che Washington valuterebbe il coinvolgimento di milizie anti-Hamas e clan locali nella futura sicurezza di Gaza. Hamas, aggiunge il quotidiano, chiede al Board di fermare le «violazioni in corso» di Israele e di favorire un comitato di tecnocrati per governare l’enclave.

«Siamo lì perché è lì che si decide, non ci sono alternative», ha affermato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che rappresenterà l’Italia come Paese osservatore”. Obiettivo: «Raggiungere una pace stabile e la ricostruzione di Gaza»; la presenza come osservatori, dati i vincoli costituzionali, è «l’unica strada percorribile». Stampa e Repubblica evidenziano l’assenza dei principali Paesi Ue – presenti solo Ungheria e Bulgaria, oltre alla commissaria Dubravka Šuica – e le critiche dell’opposizione. Il Corriere segnala che la Germania ha inviato il diolomatico Christian Buck, chiarendo che il Paese non diventerà membro. Il Vaticano, scrivono Giornale e Sole 24 Ore, «non parteciperà»: Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha indicato nell’Onu l’organismo preposto a gestire le crisi. Una scelta definita «profondamente spiacevole» da Washington.

«”Trump attaccherà l’Iran”. Venti di guerra su Teheran (per spingere sui negoziati)», titola il Corriere della Sera dopo il secondo round di colloqui a Ginevra tra Iran e Washington. Se il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi parla di «progressi», la Casa Bianca frena: la portavoce Karoline Leavitt riconosce «piccoli passi avanti», ma restano «molte distanze», mentre un funzionario Usa liquida il vertice come «un hamburger ripieno di niente». Secondo Axios e Cnn, riporta il Corriere, in caso di fallimento l’amministrazione Trump sarebbe pronta a un’azione militare ampia assieme a Israele. Il vicepresidente Usa JD Vance ricorda che su «temi cruciali» Trump ha tracciato linee rosse respinte da Teheran, che ora ha due settimane per una proposta concreta.

In attesa di risposte, Israele resta in allerta, scrive La Stampa: «Non c’è cittadino israeliano che non si chieda più volte al giorno: “Quando scoppierà il conflitto con l’Iran?”», afferma il parlamentare israeliano Boaz Bismuth. Il quotidiano analizza anche la corsa iraniana a rafforzare le difese dopo l’attacco del giugno 2025: missili balistici, reti digitali e radar cinesi, supporto russo e manovre congiunte nel Golfo. Per Fiamma Nirenstein (Giornale), Trump «non può dimostrare debolezza», mentre Israele si prepara a una minaccia che «riguarda tutti i paesi democratici».

Su Libero, Lodovico Festa avverte: «Se Hamas e Anp restano armati tornerà il sangue». Pur definendo il Board «un fatto storico», sostiene che senza disarmo e garanzie di sicurezza non ci sarà pace stabile. In un’intervista a Domani, Issa Kassissieh afferma che «la vita dei palestinesi è appesa a un filo» e chiede che Israele «cessi l’occupazione». Sul Riformista, Iuri Maria Prado denuncia un «infame doppio standard» e il silenzio su una Costituzione palestinese in cui «gli ebrei non sono nemmeno nominati» e che garantirebbe un «diritto al ritorno» tale da portare alla «distruzione dello Stato di Israele».

85 paesi membri dell’Onu, tra cui Italia e Ue, hanno condannato le nuove misure israeliane per «estendere la sua presenza illegale» in Cisgiordania, ribadendo la «ferma opposizione a qualsiasi forma di annessione» e chiedendone la revoca. Il ministro Bezalel Smotrich, riporta Avvenire, rilancia la sovranità israeliana e l’«eliminazione dell’ipotesi di uno stato palestinese».

Molte le sfide per la nuova presidente dell’Ucei, Livia Ottolenghi, chiamata a guidare l’ebraismo italiano dopo «uno dei momenti più difficili […] dal 1967», se non «dal 1943», osserva Davide Assael su Domani. Dopo le fratture interne e l’ondata «antisionista-antisemita» seguita al 7 ottobre, «il tessuto va ricucito ab origine». Assael ricorda la stagione di Renzo Gattegna, quando «è nato un sistema informativo» con Pagine ebraiche, «il primo giornale di sintesi dell’intero ebraismo italiano», e la gestione di Noemi Di Segni, segnata dalle divisioni sulla riforma della giustizia in Israele e dalla crisi successiva al 7 ottobre. Per Ottolenghi, osserva Assael, le priorità sono chiare: «rimediare alla divisione interna» e «ricucire con l’esterno», rilanciando il dialogo interreligioso e i rapporti con le istituzioni, in un contesto segnato da polarizzazione e isolamento.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot ribadisce la richiesta di dimissioni della relatrice Onu Francesca Albanese, sostenendo di non aver «distorto né tagliato» le sue parole ma di averle «semplicemente condannate». Oltre 150 ex diplomatici e parlamentari europei parlano però di «elementi inesatti e manipolati» e chiedono a Parigi di ritirare le accuse. Ne scrive il Tempo.

Alla Berlinale, racconta il Foglio, Wim Wenders ha invitato il festival a «stare fuori dalla politica» respingendo accuse di «genocidio» contro Israele. Oltre ottanta tra attori e registi – tra cui Javier Bardem e Tilda Swinton – lo hanno criticato.

A sorpresa gli U2 pubblicano l’ep Days of Ash, cinque brani e una poesia che segnano il ritorno all’impegno politico. Il Corriere della Sera parla di canzoni su violenza negli Stati Uniti, Gaza e Ucraina, con riferimenti alla Shoah e ai totalitarismi. Per il Giornale è un lavoro «frontale», fatto di «canzoni di sfida e sgomento», ma con il rischio di un impegno «troppo frammentato».