DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 20 febbraio 2026
Si è svolta ieri a Washington la riunione inaugurale del Board of Peace per Gaza. Come riferisce il Corriere della Sera, gli Usa hanno promesso dieci miliardi di dollari per la ricostruzione e quasi sette arriveranno da altri Paesi (Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Kazakistan, Azerbaijan, Marocco, Uzbekistan), mentre alla forza di stabilizzazione internazionale contribuiranno l’Indonesia, che ne assumerà il comando, Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania. «Era importante esserci perché vogliamo incidere nella pace a Gaza, che significa stabilità in Medio Oriente per noi strategica. E saremo protagonisti nella ricostruzione» spiega al Giornale il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Ho avuto una buona impressione e le proposte sono state concrete per arrivare ad una pace duratura. C’erano i paesi arabi del Golfo che contano e la maggioranza degli stati europei oltre alla Commissaria Ue per il Mediterraneo». È scettico l’ambasciatore in pensione Nimrod Novik, primo consigliere dell’ex presidente israeliano Shimon Peres. «La ragione per cui siamo lì è la stessa degli altri partecipanti: abbiamo bisogno di qualcosa da Trump e non vogliamo offenderlo», sostiene. «È l’unico denominatore comune dei 26 governi che hanno aderito al Board e dei 30 osservatori. Se il presidente Usa aveva invitato 65 Paesi e ha aderito meno della metà, c’è da chiedersi perché». Per il Foglio, chi si lamenta che il Board of Pace è una Onu privata «dimentica che anche l’Onu dipende dai fondi americani». Per il momento l’organismo sembra comunque «essere riuscito a dimostrare che il nuovo ordine globale non è plasmato dai cantori del multilateralismo, ma dal calcolo dell’interesse nazionale».
Donald Trump ha annunciato che deciderà cosa fare sull’Iran entro i prossimi dieci, quindici giorni. «Entrambe le parti giurano di voler andare avanti col dialogo, ma su cosa discutere non c’è ancora un accordo», sottolinea il Corriere. L’Iran, che nega ambizioni atomiche, «pretende di circoscrivere i colloqui al nucleare e chiede la fine delle sanzioni che soffocano l’economia». Washington, invece, «esige un pacchetto che copra anche il programma missilistico e gli aiuti ai gruppi armati anti-israeliani». In Israele l’allerta resta alta. E tra i civili, racconta La Stampa, molti hanno gli occhi puntati sulla piattaforma Flightradar24 che traccia voli di linea, cargo militari, tanker per il rifornimento in volo, jet governativi, elicotteri e droni. Per gli israeliani, spiega La Stampa riprendendo Yedioth Ahronoth, consultare le rotte nei cieli sopra le loro teste è diventato «un modo per allentare l’ansia e soddisfare la curiosità nella difficile realtà del Medio Oriente».
«In questo momento c’è molto odio da entrambe le parti, dopo il 7 ottobre. Lo strappo alla fiducia è stato talmente forte che ci vorranno almeno due generazioni perché si ricominci a cercare la pace. Ma né i palestinesi è né noi abbiamo un altro posto dove andare, e quindi dovremo imparare a convivere». A dirlo a Libero è l’avvocato e negoziatore israeliano Michael Tsur, protagonista del libro-intervista Il negoziatore (Paesi Edizioni) di Frediano Finucci.
Rispetto al caso Epstein, la notizia di ieri è l’arresto nel Regno Unito dell’ex principe Andrea. Alcuni giornali parlano però anche della frequentazione tra Epstein e l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Il Corriere ad esempio racconta come Barak e sua moglie Nili Priel, tra il 2016 e il 2017, abbiano soggiornato a più riprese in un appartamento newyorchese sotto la sua gestione. Al riguardo, «sembra che la sorveglianza esercitata dai funzionari israeliani fosse semplicemente quella prevista dal protocollo di protezione degli ex premier».
«Mea culpa e lettere di scuse, donazioni alla Fondazione Memoriale della Shoah e all’Opera San Francesco e la promessa, da mantenere, di fare lavori socialmente utili». È l’esito del primo processo a otto odiatori online di Liliana Segre. Ne scrive Repubblica.