MAESTRI – La gioia di Adar, una mitzvà speciale

La “formula talmudica” che torna ogni anno, citata in quasi ogni derashà italiana quando arriva il mese di Adar è tratta dal Talmud babilonese, trattato Ta‘anit 29a: «Mi-shenichnas Adar marbim be-simchà», cioè “quando entra il mese di Adar si deve aumentare la gioia”. È una prescrizione vera e propria, formulata nel contesto di un ragionamento sulla diminuzione della gioia nel mese di Av, il mese delle distruzioni, a cui fa da contrappunto speculare l’aumento della gioia in Adar. Viene citata anche perché è una delle rarissime indicazioni halakhiche che riguardano uno stato d’animo e non un’azione concreta: non dice “fare una festa” o “mangiare qualcosa”, dice di modificare il proprio modo di stare al mondo. Così in questo mese capovolto e leggero, a volte addirittura doppio e proprio per questo amatissimo dai rabbini italiani torna, tra una lezione e una derashà. Rav Alfonso Arbib ha ricordato che «quando entra Adar si aumenta la gioia: non è un sentimento spontaneo ma una disciplina dello sguardo”» (intervento per Rosh Chodesh Adar, Milano, 2023), quasi a dire che la felicità ebraica non è euforia ma esercizio quotidiano, una scelta culturale prima ancora che emotiva. Era sulla stessa linea rav Giuseppe Laras, che vedeva nel mese di Purim «il tempo in cui l’identità si salva attraverso il rovesciamento delle prospettive» (lezione su Esther, Milano, 2004), collegando la maschera non al travestimento ma alla rivelazione, perché è proprio nel nascondimento che si impara a riconoscere la presenza. E rav Riccardo Di Segni insiste sulla gioia che non cancella la complessità della storia: «Adar è la dimostrazione che la memoria del pericolo può convivere con il dovere della festa» (commento per Purim, Roma, 2022), un equilibrio tra coscienza e leggerezza, tra ironia e responsabilità. Rav Gianfranco Di Segni, parlando ai giovani, ha tradotto la stessa idea in un lessico contemporaneo: «La vera allegria ebraica non è evasione ma capacità di leggere il mondo al contrario» (incontro UCEI Giovani, 2021), dove il contrario non è fuga ma interpretazione. E rav Ariel Finzi ha sottolineato come «la gioia di Adar nasce dal riconoscere che anche ciò che sembra casuale ha un nome e una storia» (derashà di Purim, Firenze, 2020), riportando il libro di Esther dentro la trama della provvidenza nascosta. In controluce si intravede una pedagogia della leggerezza, che è cosa diversa dalla superficialità: «La mitzvà di essere felici in Adar è un atto di resistenza spirituale» (rav Roberto Della Rocca, seminario sul calendario ebraico, Roma, 2019), frase che potrebbe essere l’esergo di tutto il mese. Perché Adar, spiegano i maestri, non è soltanto l’attesa di Purim ma un laboratorio di identità, il tempo in cui l’ebraismo italiano – così abituato alla misura e alla memoria – si concede il lusso di un sorriso. La gioia è una forma di studio, la festa sono esercizio di lettura del reale: «Aumentare la gioia significa aumentare la consapevolezza di essere parte di una storia» ha sostenuto rav Alfonso Arbib (lezione al Collegio Rabbinico, 2022). In un’epoca che consuma emozioni veloci, Adar chiede lentezza e profondità, chiede di imparare a ridere senza dimenticare, di capovolgere senza distruggere, di mascherarsi per diventare più riconoscibili. Le voci rabbiniche costruiscono un controcanto alla banalità del calendario civile: un mese che non promette evasione ma trasformazione, in cui la gioia diventa linguaggio e metodo, e la fragilità della storia si lascia attraversare da una fiducia ostinata. «La salvezza di Purim – ricordava rav Laras – non è il miracolo che sospende la natura, ma la capacità umana di leggere i segni». (conferenza su Esther, Milano, 1998).

a.t.