LA PROPOSTA– Alberto Heimler: Gli antisionisti trovino un altro nome
Il sionismo è il movimento nato alla fine dell’800 e volto alla creazione di uno Stato per gli ebrei nella terra che per millenni ha rappresentato la patria perduta e che gli ebrei non hanno mai completamente abbandonato. La creazione dello Stato di Israele il 14 maggio 1948 rappresenta il compimento di quel sogno e quella definizione di sionismo cessa da quel momento di avere un significato politico e così anche il termine antisionista.
Naturalmente prima del 1948 non tutti, anche tra gli ebrei, erano sionisti. Alcuni ebrei erano addirittura contrari ideologicamente al fatto che venisse creato uno stato ebraico, ma erano spesso posizioni elitarie di chi aveva una cittadinanza consolidata, generalmente in un paese democratico dell’Occidente, e che non tenevano in alcun conto le esigenze e le aspirazioni delle centinaia di migliaia di persone senza più patria arrivate in terra d’Israele dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Ma dal momento che lo Stato fu costituito si tratta di posizioni che non avevano più alcun rilievo.
Lo Stato non fu creato con un tratto di penna, ma con una paziente ricostruzione di un’identità nazionale realizzata tramite: l’adozione di una lingua antica che solo pochi parlavano correntemente prima, lo sviluppo di una cultura letteraria e popolare che si è formata rapidamente, il consolidamento di istituzioni che via via venivano costituite e naturalmente dall’esercito. Israele è oggi uno Stato ben radicato con oltre 9 milioni di abitanti, di cui il 20% arabi israeliani e un altro 7% non ebrei. È uno Stato bilingue e multi-religioso.
Da alcuni sondaggi realizzati negli ultimi anni emerge che la maggioranza dei circa 2 milioni di arabi israeliani preferirebbe vivere in Israele piuttosto che in un futuro ipotetico Stato palestinese. E difatti gli arabi israeliani sono parte integrante della società israeliana, anche se i gruppi etnici-religiosi rimangono ancora relativamente separati socialmente, e numerosi sono i dipendenti pubblici, i giudici, gli ambasciatori, i membri del parlamento e, da ultimo nel governo Bennett, anche i ministri arabi israeliani. Ciò implica che il sionismo con la creazione dello Stato di Israele si è trasformato. È vero che Israele rimane la patria degli ebrei, ma è anche uno Stato multi-etnico e multi-religioso nel quale le diverse etnie hanno medesimi diritti e medesime opportunità. È come l’Italia nella quale tutti i cittadini, sia quelli italiani da generazioni sia quelli appena divenuti tali, hanno i medesimi diritti, indipendentemente dall’integrazione sociale dei diversi gruppi. E il sionismo di oggi, salvaguardando l’esistenza di Israele come esso è, intende proteggere e salvaguardare i diritti di tutti i suoi cittadini, ebrei e non ebrei.
In questa prospettiva, la legge di base del 2018 che definisce Israele uno Stato ebraico e dà la priorità alla lingua ebraica (assegnando però uno status speciale alla lingua araba) rappresenta, per lo meno da un punto di vista ideologico, un passo indietro. La legge non elimina i diritti acquisiti dalle etnie diverse da quella ebraica, ma crea, fortunatamente solo apparentemente, una distinzione nelle cittadinanze. Solo apparentemente perché la Corte Suprema israeliana ha interpretato questa legge come una dichiarazione di principio molto generale che non incide in alcun modo sui diritti civili e politici che sono rimasti uguali per tutti i cittadini, efficacemente protetti e salvaguardati da altre leggi di base.
Israele rimane quindi uno Stato moderno e democratico, patria riconosciuta di tutti i suoi cittadini, ebrei e non ebrei. E infatti chi oggi si definisce sionista appoggia e sostiene lo Stato di Israele – non necessariamente le azioni di tutti i suoi governi – e rispetta tutti i suoi cittadini; non aspira affatto alla pulizia etnica, alla segregazione su base religiosa o all’espulsione delle minoranze religiose dal paese. E così dichiararsi antisionisti oggi implica negare il diritto di 9 milioni di cittadini, ebrei e non ebrei, di vivere in uno stesso territorio, condividendo lingua, cultura, storia e un futuro insieme.
Ci si può legittimamente opporre alle politiche del governo israeliano, essere contrari al fatto che alcune leggi siano state adottate, ma è poco comprensibile negare che uno Stato abbia diritto a esistere senza preoccuparsi di cosa dovrebbe succedere ai suoi cittadini. Solo Hamas ha le idee chiare: mandare via da Israele (anche se non si sa dove) tutti i cittadini ebrei, magari ripetendo ed estendendo le stragi del 7 ottobre 2023. Non credo che la maggioranza di coloro che oggi in Italia si dichiarano, orgogliosamente purtroppo, antisionisti abbiano queste intenzioni. Dovrebbero quindi scegliere un altro termine con cui definirsi.
Alberto Heimler