SANITÀ – Daniele Radzik: Lettere, metodo e responsabilità scientifica

Ringrazio Emanuele Calò per l’attenzione e per le puntualizzazioni: il confronto, quando resta sul piano argomentativo, è sempre un contributo utile. È certamente corretto ricordare che i testi pubblicati su The Lancet cui ho fatto riferimento rientrano nella sezione “Correspondence” e non nella categoria degli “Articles” di ricerca originale. Tuttavia, proprio perché si tratta di una delle più autorevoli riviste medico-scientifiche internazionali, anche la “Corrispondenza” non è uno spazio informale o privato, ma parte integrante del dibattito scientifico che la testata ospita e, inevitabilmente, legittima.

Il punto sollevato nel mio intervento non riguardava la natura sperimentale dei contributi, bensì l’uso di categorie giuridiche e morali — in particolare il termine “genocidio” — come presupposto già acquisito nel discorso sanitario. (Il titolo della corrispondenza originale era, d’altronde, inequivocabile: Break the selective silence on the genocide in Gaza). Non si tratta di stabilire se tale termine possa mai essere utilizzato in assoluto, ma di interrogarsi su cosa accada quando una categoria giuridica, che richiede accertamenti complessi e sedi proprie di valutazione, venga assunta come dato clinico già stabilito. Che ciò avvenga in un saggio di ricerca o in una lettera cambia il formato editoriale, ma non la questione di fondo: quando una parola di questa portata entra nel linguaggio scientifico, la soglia della prova e la cautela terminologica dovrebbero essere particolarmente elevate.

È stato inoltre osservato che tra i firmatari compaiono figure come lo storico Ilan Pappé o lo psicologo Roberto De Vogli. Personalmente, non credo che la medicina debba essere un recinto chiuso; la sanità pubblica è, per definizione, interdisciplinare. Epidemiologi, statistici, sociologi e giuristi vi contribuiscono legittimamente. La questione, quindi, non è chi possa intervenire nel dibattito, bensì quali standard di rigore vengano adottati nell’uso dei dati. Anzi, sono gli autori stessi a chiarire la natura della loro iniziativa: dichiarano esplicitamente di aver realizzato una “lettera aperta” per sollecitare le associazioni professionali e accademiche a una presa di posizione ufficiale. Questo conferma che l’intento non è l’analisi neutrale, ma la mobilitazione istituzionale. Proprio perché la medicina ha una responsabilità morale verso chi soffre, essa dovrebbe esercitare estrema prudenza nel linguaggio; l’esigenza etica non attenua il metodo, ma lo rende ancora più necessario.

Il cuore del problema resta questo: è legittimo che obiezioni metodologiche — ad esempio sulla qualità delle fonti in un contesto bellico, sulla distinzione tra civili e combattenti o sui limiti delle stime epidemiologiche in guerra — vengano trasformate in imputazioni morali? Nella replica pubblicata su The Lancet, i ricercatori che chiedevano maggiore rigore non negavano la sofferenza della popolazione civile né minimizzavano la gravità della situazione. Richiamavano esigenze elementari del metodo scientifico: prudenza nell’utilizzo di dati provenienti da autorità sotto il controllo di una delle parti in conflitto; necessità di distinguere tra categorie diverse di vittime; cautela nell’assumere come dato acquisito termini di estrema gravità. Non cercavano di sottrarsi al giudizio morale, ma di evitare che esso sostituisse l’analisi.

La controreplica, tuttavia, non si è limitata a discutere tali rilievi nel merito, ma ha interpretato la richiesta di rigore come una forma di “negazione del genocidio”. È questo slittamento — dal piano dell’argomentazione metodologica a quello della qualificazione morale — ad aver motivato la mia riflessione, più ancora della classificazione editoriale dei testi. Difendere il metodo non significa negare la sofferenza. Significa ricordare che la sanità pubblica perde la propria forza quando rinuncia al linguaggio della cautela, della distinzione e della verifica.

Daniele Radzik Associazione Medica Ebraica