CANADA – Fine della sicurezza, gli ebrei si guardano intorno
Il senso di sicurezza è sempre stato parte dell’esperienza degli ebrei canadesi nati dopo la Shoah: l’idea di dover elaborare un “piano B” evocava le storie dei nonni, non una possibilità concreta. Per la prima volta, invece, gli ebrei canadesi si chiedono se ha senso restare. Un reportage da poco pubblicato su Canadian Jewish News racconta di un esodo che pur non ancora misurabile in termini demografici segnala una frattura nella percezione del futuro. L’aumento degli episodi antisemiti dopo il 7 ottobre ha inciso soprattutto sul sentimento di fiducia che per decenni aveva costituito la forza dell’integrazione ebraica nel Paese. Nelle interviste raccolte da Ellin Bessner la progettualità assume forme più prudenti e molto concrete: ci sono famiglie che esplorano il mercato immobiliare in Florida, altre che valutano Panama per la relativa facilità nell’ottenere la residenza permanente, professionisti del settore legale e dell’immigrazione che registrano un incremento delle richieste. Si cerca un’alternativa possibile, una rete di sicurezza psicologica prima ancora che geografica. «Per molti di noi l’idea di avere un piano B non era nemmeno concepibile», osserva una delle voci intervistate restituendo la dimensione di questa svolta. Il dato è la condivisione dei timori in spazi pubblici e comunitari, dove fino a poco tempo fa sarebbe apparsa impensabile. La discussione si allarga alla domanda sul futuro dei figli, sulla continuità di una vita ebraica che fino a ieri sembrava naturalmente inscritta nel paesaggio canadese. Al tempo stesso chi valuta l’acquisto di una casa altrove continua a lavorare, studiare, crescere figli in Canada: il radicamento resta nonostante la preoccupazione. «Non abbiamo un programma per andarcene domani», dice un altro intervistato, «ma vogliamo sapere che, se necessario, potremmo farlo». La trasformazione richiede strumenti, consulenze, informazioni e ridefinisce il rapporto con lo spazio pubblico. Non è solo una questione ebraica: il Canada, a lungo percepito come paradigma del multiculturalismo riuscito, si trova misurare la distanza fra l’ideale e la propria esperienza quotidiana, e il Paese diventa una delle opzioni possibili, mentre altre comunità e altri Stati si rivolgono esplicitamente agli ebrei canadesi come a potenziali nuovi arrivati. Il reportage documenta un cambiamento di clima e la fine di una lunga stagione in cui la domanda sulla permanenza non si poneva: ora lasciare il Canada è un’opzione reale.