EBRAISMO – Storia degli ebrei giapponesi Kotsuji e Shinohara
In Giappone l’attrazione verso l’ebraismo non è una novità: già nel XX secolo Setsuzō Kotsuji, figlio di un kannushi, un officiante del santuario shintoista, scoprì la Bibbia da adolescente attraverso una traduzione giapponese, vivendo il monoteismo come esigenza intellettuale. Lo studio dell’ebraico divenne la forma concreta della sua ricerca e lo condusse negli Stati Uniti, quindi all’attività accademica in Giappone, dove si affermò come uno dei maggiori studiosi di lingua e cultura ebraica. Durante la Seconda guerra mondiale fu inviato in Manciuria come consulente per le “questioni ebraiche” e, trasformando la conoscenza teorica in esperienza concreta, entrò in relazione con le comunità ebraiche locali e i loro rabbini, seguendo da vicino il destino dei profughi in fuga dall’Europa. A Kobe e poi a Shanghai, dove arrivarono migliaia di rifugiati muniti dei visti di transito concessi da Chiune Sugihara, Kotsuji si adoperò perché potessero rimanere in Giappone oltre la scadenza prevista, mediando con le autorità e intervenendo in prima persona. Contro la propaganda antisemita che filtrava anche nel contesto giapponese, tenne conferenze e scrisse articoli descrivendo gli ebrei come un popolo eticamente fondato, invitando il paese ad accoglierli; per questo fu arrestato e interrogato con l’accusa di sostenere un presunto “complotto ebraico”. L’episodio rafforzò invece le sue convinzioni: nel 1959, a Gerusalemme, completò il percorso di vita e studio adottando il nome ebraico di Abraham, trascorrendo gli ultimi anni negli Stati Uniti sotto la protezione della comunità ebraica e scegliendo di essere sepolto a Gerusalemme.
La storia di Moshe Chaim Shinohara
Questo esempio storico crea un precedente e una continuità ideale che trova eco nella vicenda contemporanea di Moshe Chaim Shinohara, nato anch’egli in Giappone in una famiglia legata a tradizioni shintoiste. Da adolescente Moshe Chaim si avvicinò alla Bibbia grazie a una traduzione giapponese e, come Kotsuji decenni prima, trovò nell’ebraismo una stimolante esigenza intellettuale. Il percorso di Moshe Chaim lo condusse negli Stati Uniti nel 2001, arrivando a Los Angeles appena tre settimane prima dell’11 settembre; nei primi anni nonostante la difficoltà affrontò la nuova lingua e cultura, studiando l’inglese con disciplina costante e iscrivendosi nel 2003 a un corso di laurea in Scienze politiche. In quel periodo, un professore ebreo lo mise in contatto con alcuni rabbini ortodossi del Simon Wiesenthal Center, fino a quando, in occasione di Rosh haShanah, rav Abraham Cooper lo invitò a cena. A quel tavolo Moshe Chaim riconobbe i valori già appresi nella casa del nonno: senso del servizio, responsabilità e trasmissione viva della tradizione, che ritrovava nella comunità ebraica. Dopo quell’incontro chiamò i genitori in Giappone, condividendo la scoperta di una tradizione presente, e ricevendo il loro sostegno a proseguire nell’esplorazione della propria identità ebraica. Nel novembre 2014 Moshe Chaim conseguì il dottorato in Scienze politiche presso la Claremont Graduate University e nello stesso mese sposò la compagna. La madre, la sorella e altri suoi familiari decisero di essere presenti alla cerimonia alla periferia di Filadelfia: «La mia famiglia è venuta al matrimonio, dal Giappone, con senso di orgoglio e con gioia. Mi hanno chiesto se c’era qualcosa di specifico da fare durante la cerimonia, ma io ho detto loro di essere semplicemente se stessi. Mia madre e mia sorella hanno indossato il kimono tradizionale, per mostrare rispetto. Io non ho mai voluto separare il mio passato dal mio presente ebraico: il passato è parte integrante del mio percorso e lo sarà sempre». Due storie analoghe, quelle di Kotsuji e Moshe Chaim, che mostrano come la curiosità intellettuale, il rispetto per la tradizione e la ricerca di un senso possano attraversare decenni e culture diverse, evidenziando continuità ideale tra il Giappone tradizionale e quello contemporaneo quando la passione per la conoscenza e la costruzione di un’identità viva si traducono in esperienze concrete e condivise.
(Nell’immagine, Moshe Chaim Shinohara – Fonte Aish.com)