DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 2 marzo 2026

Si allarga il conflitto in Medio Oriente. Hezbollah ha attaccato il Nord di Israele, in sostegno agli ayatollah. Israele in risposta ha colpito alcuni obiettivi a Beirut.
Quanto durerà l’azione militare Usa-Israele in Iran? «Mi aspetto che duri almeno quattro settimane. Siamo più avanti del previsto», ha affermato Donald Trump.
Milioni di israeliani continuano intanto a entrare e uscire dai rifugi. Nove le vittime a Beit Shemesh, vicino a Gerusalemme, uccise da un missile iraniano nei pressi di una sinagoga. Nel paese si è aperto un dibattito sulla sicurezza. Come spiega La Stampa, «il sistema antimissile israeliano, a seconda del tipo di pericolo lanciato, missile o drone, attiva un particolare tipo di intercettore che monitora la traiettoria del colpo e decide se (nel caso cada in zona non abitata) e dove distruggerlo (per evitare che i resti del missile intercettato possano cadere sui civili). Il sistema, però, non è infallibile: ha una percentuale di intercettazione del 95-97%». Racconta il Corriere della Sera, approfondendo il tema sicurezza nell’ottica israeliana: «Quando qualcosa non funziona e il missile esplode tra le case, in Ucraina è un dramma per cui maledire Putin, in Israele è uno scandalo. I giornali indagano. L’allarme è arrivato troppo tardi? La vittima ha ignorato l’avvertimento o non ha trovato rifugio?».

Il saggista politico Moisés Naím, già direttore della rivista Foreign Policy, analizza con Repubblica le ultime mosse del regime: «Una cosa è non aver buon vicinato, un’altra è bombardare l’aeroporto di Dubai, un condominio a Beit Shemesh in Israele, l’isola-resort di Palma ancora negli Emirati. Tutto questo indica la mancanza di una linea offensivo-difensiva di comportamento». Per Naím, si andrà avanti così ancora a lungo, «finché non si capirà chi ha il controllo delle milizie». È possibile un regime change in un futuro prossimo? «Per quanto ne so, non c’è una opposizione organizzata al regime di Khamenei. C’è ovviamente una opposizione popolare ampia, ma non un governo in attesa, fuori o dentro l’Iran, un movimento che possa prendere il controllo», racconta al Corriere della Sera il filosofo politico Michael Walzer. Secondo Walzer, «è possibile, anche probabile, che alla fine il regime sia indebolito militarmente, ma internamente resti piuttosto forte, con capacità repressive non molto ridotte». Su Repubblica, Maurizio Molinari riflette sul “martirio” nella cultura sciita e su come ciò condizionerà le mosse del regime. Decapitata e umiliata, scrive Molinari, «la Repubblica islamica va al contrattacco sovrapponendo martirio e violenza: le lacrime dell’annunciatore tv, i lanci a pioggia di missili e droni, la chiusura di Hormuz, la repressione e l’accelerazione della successione ad Ali Khamenei descrivono la volontà del regime di sopravvivere ad ogni costo».
Quale Iran sopravviverà al sisma che ha inghiottito la Guida Suprema?, chiede La Stampa alla scrittrice iraniana Mahsa Mohebali. «Il regime era un edificio il cui peso poggiava su un unico pilastro. Ora quel pilastro è crollato e il sistema non può più reggere come prima. Ciò non significa che la pace sia dietro l’angolo». Il Tempo chiede un’opinione anche a Pejman Abdolmohammadi, docente di Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento, che appare più ottimista: «È verosimile che la forza missilistica dell’Iran sia quasi completamente compromessa e che la sua capacità di reazione possa durare ancora qualche giorno. Infatti, gli attacchi che stanno eseguendo in tutto il Medio Oriente contro gli alleati USA appaiono confusi e frutto della disperazione»

Sui giornali parlano varie voci israeliane. «Gran parte degli occidentali ignora cosa sia l’Iran, uno stato che destabilizza tutto, che ha distrutto Yemen, Siria, Libano, Iraq, ovunque ci sia il jihad arrivano distruzione e miseria, siano il jihad sunnita o il jihad sciita» sottolinea al Foglio l’editorialista Ben Dror Yemini, firma del quotidiano Yedioth Ahronoth. «Per tutti, ebrei, cristiani e musulmani, questo regime ha significato l’asse del male. Dobbiamo finire il lavoro o continueranno».
«Teheran è architetto, finanziatore, addestratore e fornitore di una rete di morte in tutto il mondo. Come si può consentire che abbia l’atomica? Abbiamo dormito per anni, ma ora abbiamo gli occhi aperti», dice a Libero il parlamentare Boaz Bismuth, presidente della Commissione affari esteri e difesa della Knesset. «Solo i partiti moderati possono mantenere la pace in Medio Oriente, partiti che però non possono prosperare finché esiste una teocrazia con un’ideologia radicale».
«Siamo in una fase di transizione e il regime iraniano ha mostrato fin qui resilienza e resistenza, ma molte cose sono cambiate nelle 24 ore successive all’attacco congiunto Usa-Israele», spiega al Giornale l’analista Avi Melamed, ex Mossad. «L’Iran ha creduto di poter navigare fino alla fine le acque della diplomazia, ha fatto affidamento sulle voci che si alzavano contro la guerra e pensato che, alla fine, Trump si sarebbe tirato indietro. Ma Teheran ha sbagliato i conti».

La Cia lo ha trovato, Israele lo ha ucciso. Il Corriere della Sera sintetizza così il fatto apicale degli attacchi di sabato: l’uccisione di Ali Khamenei, simbolo e Guida della Repubblica Islamica. Gli Usa, viene spiegato, «hanno raccolto informazioni su una riunione dei massimi dirigenti all’interno del Beit e Rahbari, il complesso nella capitale che rappresenta una sorta di snodo strategico». Dunque, «non sono dovuti andare a cercarlo chissà dove, non era nascosto in una grotta nel fianco di una montagna e neppure in un anonimo appartamento». Avuta la certezza (o quasi) della sua presenza in quel luogo, hanno passato la dritta all’Idf.

«Certamente il Medio Oriente è in fibrillazione non da oggi ed è facile prevedere che gli attacchi in corso da entrambe le parti lasceranno segni profondi sui fragili equilibri della regione», afferma il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto in una intervista con Repubblica. «Bisogna però anche riconoscere che la morte di Khamenei è una grande sconfitta di quell’estremismo islamico che, dalla rivoluzione di Khomeini del 1979, si è allargato e ha incoraggiato radicalismi sunniti e sciiti in tutto il mondo». Crosetto è rimasto bloccato alcune ore a Dubai: «Sono venuto perché le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione. E quando ho capito che, a differenza di altre volte, ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti, ho deciso di portare a casa la mia famiglia».