DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 4 marzo 2026

Nel quinto giorno di guerra, l’attenzione mediatica sul Medio Oriente resta altissima. Una delle “novità” con cui aprono vari giornali è la proclamazione di Mojtaba Hosseini Khamenei, secondogenito di Ali Khamenei, alla guida della Repubblica islamica. «Con questa nomina la Repubblica perde persino l’ipocrisia del nome», rileva tra gli altri il Corriere della Sera. «L’uomo che aveva aiutato a sfigurare la Repubblica in dittatura, ora la trasforma in ereditaria. Il padre ha lavorato bene per spianargli la strada. Ha accentrato il potere, gli ha concesso il controllo di enormi conglomerati economici». Per il Corriere, se Donald Trump «sperava che qualcuno di più morbido salisse al potere dopo la morte del vecchio ayatollah è rimasto deluso» perché con Mojtaba «nulla in Iran può cambiare». Libero riferisce che, secondo una recente inchiesta di Bloomberg, Mojtaba Khamenei avrebbe costruito un portafoglio immobiliare e finanziario all’estero e oggi «attraverso un intreccio di società di comodo» la rete di cui è il referente «controlla proprietà di lusso a Londra, ville a Dubai e hotel di alta gamma in Germania e Spagna».
I fronti del conflitto continuano intanto ad allargasi. Riuscirà Israele a raggiungere i suoi obiettivi in Libano dopo gli attacchi subiti per mano di Hezbollah? «Hezbollah non è più l’organizzazione di un anno fa», spiega a Repubblica l’analista israeliano Michael Milshtein, capo del Forum studi palestinesi al Moshe Dayan Center. «È più debole, ha meno capacità militare, meno comando, meno fiducia in se stessa. Ma questo non vuol dire che per l’Idf sarà una passeggiata».

Tante le opinioni a confronto. «L’Iran non ha un programma sistematico e strutturato per la fabbricazione dell’arma nucleare», dichiara a Repubblica Rafael Mariano Grossi, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). «Allo stesso tempo però ci sono tanti elementi di preoccupazione. Quando hai uranio arricchito al 60% hai compiuto un passo avanti importantissimo verso l’atomica», sottolinea il diplomatico argentino. «Ci sono fughe radioattive?», chiede Repubblica. «In questo momento no. C’è una rete di stazioni di monitoraggio. E non c’è alcun segnale che la radioattività sia al di sopra della norma», risponde il numero uno dell’Aiea. Grossi rivolge un appello per «l’inizio di negoziati», perché «il problema esiste, ma per risolverlo dovremo tornare al tavolo delle trattative».
Nathan Sharansky riflette con il Foglio sulle scelte europee nelle politiche di contenimento del regime iraniano, a suo dire sbagliate e illusorie. «Anche Israele a volte ha iniziato a credere che si potesse trovare un equilibrio con queste dittature», afferma Sharansky. «Abbiamo ignorato il fatto che vogliono distruggerci (…) Abbiamo permesso ad Hamas di ricevere cinquanta milioni di dollari l’anno dal Qatar, e che così si sarebbe creato un equilibrio. Abbiamo pagato un prezzo molto alto. Per questo abbiamo abbandonato quell’ideologia».
Per Fiamma Nirenstein, che loda sul Giornale la condotta del primo ministro israeliano, paragonandolo a Churchill, «la storia dell’attacco all’Iran che i jet israeliani hanno compiuto insieme a Trump comincia nel 2015, quando Bibi parlò al Parlamento americano di fronte a Obama corrucciato: spiegò che l’accordo dell’allora presidente con gli ayatollah era destinato a fallire, che non avrebbe prevenuto l’Iran dall’ottenere l’arma nucleare, e anzi ne avrebbe garantito la realizzazione».
«Il presidente ha detto: ci aspettiamo 4-5 settimane di bombardamenti, con la speranza che alla fine questo cambierà il regime e il popolo dell’Iran sarà in grado di sollevarsi e di sviluppare un governo migliore», dice al Corriere ex direttore della Cia e segretario della Difesa statunitense Leon Panetta. «Questa è la speranza. Il problema è che non abbiamo buoni precedenti di cambio di regime e di nation building. Non puoi aprirti la strada al cambio di regime con le bombe».

«Perché l’Italia è stata colta di sorpresa, con diverse personalità a Dubai?», domanda il Riformista all’ex capo del controspionaggio italiano Marco Mancini. «Se i leader di Usa e di Israele hanno ritenuto di non informare il nostro governo, il fatto che i ministri siano stati colti di sorpresa, e abbiano addirittura detto di non aver saputo niente, non deve trasformarsi in un atto di accusa agli alleati silenti», sostiene Mancini, «quanto in un allarme per l’inadeguatezza dell’intelligence».

Come è cambiata la quotidianità in Israele con l’inizio della guerra? «Fai progetti e poi ti vanno in fumo», scrive Eshkol Nevo sul Corriere. «Mia figlia, la maggiore, avrebbe dovuto tornare questa settimana da un viaggio in Estremo Oriente. Per il momento non torna: in Israele l’aeroporto è chiuso. La seconda figlia era in licenza dall’esercito. Dopo poche ore di licenza è iniziata la guerra e ha ricevuto ordine di presentarsi immediatamente alla base. La terza, la piccola, ha lavorato per mesi al costume per Purim. Era tutto pronto, invece la festa è stata annullata. Il travestimento è tornato nell’armadio, accompagnato dai suoi singhiozzi».

Non l’appello di Liliana Segre alla «convergenza trasversale la più ampia possibile»; non l’ultimo rapporto annuale sull’antisemitismo presentato ieri dal Cdec, con un aumento considerevoli dei casi; non il pestaggio, domenica scorsa, a Milano, di due giovani turisti argentini “colpevoli” di indossare la kippah. Niente di tutto questo, sottolinea il Corriere, «è servito a far sì che, in uno slancio di resipiscenza, il Parlamento si presentasse unanime all’appello con la legge per contrastare l’antisemitismo». Al voto di questa mattina in Senato il Partito Democratico dovrebbe astenersi, a parte la sua componente riformista. Anche i Cinque Stelle vanno verso l’astensione, contraria Avs. «Dal Nazareno è arrivato il niet», informa il Foglio. «Mantenendo la definizione dell’Ihra, la posizione ufficiale del Pd è: ci asteniamo. E poco importa se quella definizione ieri stesso l’hanno sostenuta sia l’Unione delle comunità ebraiche sia il Centro di documentazione ebraica contemporanea».

«È inquietante che si discuta per arrivare a un compromesso al ribasso sulla definizione di antisemitismo», commenta alla Stampa il presidente della Comunità ebraica romana Victor Fadlun. «L’astensione non è neutralità, è una scelta ideologica e politica: in una parte oggi preponderante della sinistra, esiste una volontà di appeasement verso l’ondata propal che attraversa piazze, università e social. In nome di una solidarietà selettiva, si chiudono gli occhi su slogan come “morte all’ebreo” o formule come “dal fiume al mare”, che evocano e invocano la cancellazione di Israele». Tale clima, afferma Fadlun, alimenta l’antisemitismo.