DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 5 marzo 2026
Il Senato ha approvato in prima lettura il ddl contro l’antisemitismo con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Ne scrivono tutti i quotidiani, sottolineando le divisioni nelle opposizioni: hanno votato sì i partiti della maggioranza, Azione e Italia viva, mentre M5S e Avs si sono espressi contro; il Partito democratico ha scelto l’astensione ma si è diviso, con sei senatori — Graziano Delrio, Filippo Sensi, Sandra Zampa, Walter Verini, Alfredo Bazoli e Pier Ferdinando Casini — che hanno votato a favore. Repubblica parla di «una storia di buone intenzioni che non si incrociano mai», con un «caleidoscopio di posizioni politiche» nel centrosinistra. Il provvedimento — presentato dal capogruppo leghista Massimiliano Romeo — non prevede più divieti alle manifestazioni né sanzioni penali; resta però il nodo della definizione di antisemitismo dell’Ihra, contestata da parte dell’opposizione perché potrebbe includere alcune critiche allo Stato di Israele.
Come ricorda il Corriere della Sera, alla votazione era presente la presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Livia Ottolenghi, che ha parlato di «segnale forte» nella lotta all’odio antiebraico; soddisfazione espressa anche dal presidente della Comunità ebraica di Roma Victor Fadlun e da quello di Milano Walker Meghnagi. Il dibattito in Aula è stato però teso, tra accuse incrociate e proteste durante l’intervento della senatrice di Fratelli d’Italia Ester Mieli. Il testo passa ora alla Camera.
«Siamo molto soddisfatti». Così la presidente Ucei Ottolenghi, intervistata dal Foglio, commenta l’approvazione al Senato del ddl contro l’antisemitismo, definendolo «un risultato molto netto» in un momento in cui i dati mostrano una crescita preoccupante dell’odio antiebraico. Pur auspicando «una convergenza ancora più ampia», Ottolenghi giudica «singolare» che su una legge contro l’antisemitismo si registrino voti contrari o divisioni politiche. La presidente dell’Ucei difende inoltre l’adozione della definizione Ihra, ricordando che tutela il diritto di critica al governo israeliano purché non utilizzi stereotipi antisemiti. La legge, aggiunge, è «un punto di partenza»: decisivo sarà il lavoro educativo e di prevenzione nelle scuole e nelle università.
Al Riformista, il senatore Pd Filippo Sensi, tra i sei dem che hanno votato a favore del ddl contro l’antisemitismo, afferma che la lotta all’antisemitismo «non deve diventare la bandiera politica di qualcuno» e che «non possiamo lasciare alla destra» questa battaglia.
Sul fronte Iran, il presidente Usa Donald Trump ha rivendicato l’attacco sostenendo che «ci avrebbero colpito loro se non l’avessi fatto prima io» e assicurando che Usa e Israele «continueranno ad avanzare». La Casa Bianca parla di operazioni che «vanno bene» e il Pentagono dichiara di aver «decimato» l’aviazione iraniana; l’obiettivo ufficiale è «degradare le capacità belliche» di Teheran, anche se sullo sfondo restano scenari di cambio di regime e di dopoguerra, pur non esplicitati come obiettivo, sottolineano Corriere della Sera e Giornale. Sui quotidiani si parla anche di una possibile offensiva via terra dei curdi, armati dagli Usa. «Diverse fonti confermano che migliaia di combattenti avrebbero iniziato le incursioni nella parte nord-occidentale dell’Iran e ci sarebbero già state battaglie con le forze del regime», scrive il Corriere.
Sul piano interno, il sostegno negli Usa al conflitto è limitato: un sondaggio Reuters/Ipsos, ripreso da Repubblica, indica che solo un americano su quattro approva l’intervento e metà ritiene che Trump ricorra troppo rapidamente alla forza, anche se il Senato ha respinto una risoluzione per limitarne i poteri di guerra. Secondo il Corriere, il consenso dipenderà da durata, costi ed efficacia dell’operazione.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto hanno incontrato separatamente al Quirinale il presidente Sergio Mattarella per fare il punto sull’escalation in Medio Oriente. Il governo prepara il voto dell’Aula sugli aiuti militari ai Paesi del Golfo e valuta anche possibili richieste Usa sull’uso delle basi italiane, in quello che Palazzo Chigi definisce «il momento più difficile degli ultimi decenni». Secondo il Corriere, tra le ipotesi allo studio anche l’invio di sistemi di difesa e il possibile dispiegamento di una fregata davanti a Cipro, mentre «l’opposizione cerca una posizione unitaria e chiede di evitare ogni escalation».
Diversi quotidiani sottolineano il no della Spagna a qualsiasi coinvolgimento nella guerra, con il primo ministro Pedro Sánchez in aperto contrasto con Donald Trump. Uno scontro «ideologico», osservano Repubblica e il Giornale, ma anche politicamente utile a Sánchez per recuperare consenso sul fronte interno. Sul Corriere Goffredo Buccini critica i «silenzi» e il «doppiopesismo» dell’Occidente verso il regime iraniano, spesso tollerato in nome dell’anti-americanismo nonostante repressione e terrorismo. Pur riconoscendo i rischi dell’intervento Usa, sostiene che la caduta di Khamenei potrebbe aver aperto «uno spiraglio» sul futuro dell’Iran.
Gli attacchi iraniani contro Paesi del Golfo come Arabia Saudita, Emirati e Qatar potrebbero produrre l’effetto opposto a quello voluto da Teheran, spingendo gli Stati arabi verso una cooperazione più stretta con Israele, spiegano Davide Assael su Domani e Riccardo Barlaam sul Sole 24 Ore. Se il conflitto dovesse prolungarsi, scrive Barlaam, «potrebbe rappresentare un vero punto di svolta» per la sicurezza della regione e favorire la nascita di una sorta di «Nato regionale» fondata sull’estensione degli Accordi di Abramo. Per la regione, aggiunge Assael, il vero rischio ora è un’«implosione iraniana» che potrebbe aprire scenari di instabilità simili a quelli siriani. Al Foglio l’ex generale israeliano Yossi Kuperwasser sottolinea come rovesciare il regime iraniano sia possibile ma molto più difficile che in altri casi: «È una sfida enorme sradicarlo», perché si tratta di un regime «messianico con forte ideologia e ambizioni globali».
La quasi chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, è un evento senza precedenti, racconta sul Corriere della Sera Federico Fubini. Il traffico si è quasi fermato perché assicurazioni e noli delle petroliere sono diventati proibitivi, paralizzando di fatto il commercio energetico globale e rischiando effetti duraturi sull’economia mondiale. In un’intervista a Libero, l’analista israeliano Yigal Carmon, fondatore dell’organizzazione Memri, accusa il Qatar di giocare un doppio ruolo nella crisi: l’emirato, sostiene, «è alleato dell’Iran» e avrebbe ridotto la produzione di gas liquefatto dopo il blocco di Hormuz, contribuendo all’impennata dei prezzi e facendo «ricatto energetico» sull’Occidente.
Un missile iraniano diretto verso la regione è stato intercettato vicino allo spazio aereo turco e i resti sono caduti nella provincia di Hatay. Il presidente turco Recep Erdogan mantiene la neutralità, commentano i quotidiani, temendo però un allargamento del conflitto e soprattutto il possibile rafforzamento delle milizie curde ai confini della Turchia (Repubblica, Corriere e Giornale).
Con un reportage da Beirut, Repubblica racconta un Libano stremato e trascinato in un conflitto contro Israele che molti cittadini non sentono proprio. Tra bombardamenti e sfollati cresce la rabbia verso Hezbollah e l’impotenza del governo centrale: «Dov’è lo Stato? Perché non ci protegge?», si chiede un padre davanti all’ospedale dove è ricoverata la figlia ferita da un missile. In un’intervista a Libero, l’analista Emanuele Ottolenghi avverte: «Hezbollah è molto indebolito rispetto alla vigilia del 7 ottobre 2023, ma non è sconfitto» e continua a disporre di un arsenale significativo sostenuto dall’Iran. Secondo Ottolenghi, il gruppo mantiene anche una rete internazionale e il rischio di azioni in Europa non è escluso, perché Hezbollah agisce in modo «più paziente e organizzato», spesso tramite cellule dormienti.
In vista della 61ª Biennale d’arte di Venezia, che aprirà al pubblico dal 9 maggio, il presidente Pietrangelo Buttafuoco spiega a Repubblica che l’esposizione vuole essere «la Biennale della tregua». All’edizione parteciperanno 99 Paesi, compresi quelli coinvolti nei conflitti: «Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele». Per Buttafuoco la Biennale deve restare «uno spazio di convivenza per tutto il pianeta» e anche una forma di «politica estera» culturale in una fase internazionale «delicatissima e fragile».
Sulle pagine del Giornale, Luigi Mascheroni denuncia la relatrice Onu Francesca Albanese per aver diffuso sui social una foto generata dall’intelligenza artificiale spacciandola per l’immagine delle «165 bambine uccise in un attacco missilistico in Iran». Secondo Mascheroni, la vicenda mina la credibilità dell’Onu e mostra come Albanese si comporti più da «influencer sui social» che da rappresentante delle Nazioni Unite.
Su Avvenire Gabriele Nissim invita a valorizzare la Giornata dei Giusti dell’umanità del 6 marzo come momento di unità contro odio e guerre. «La Giornata dei Giusti non crea barriere, piuttosto unisce gli esseri umani», scrive il presidente di Gariwo.