LA POLEMICA – Emanuele Calò: Sotterfugi, rifugi e rifuggi
Un sotterfugio favoloso (da: favola) e quello di asserire che la definizione IHRA di antisemitismo preclude le critiche a Israele. Non solo favoloso, ma fantastico (da: fantasia), in quanto tale definizione è soft law e, per rifuggire dalle ambiguità, si rifugia (a safe haven) nell’espressione testuale: «Non vincolante».
Peccato che il diritto sia poco frequentato, altrimenti, prima di sparare la balla della critica con le palle incatenate di nautica memoria, sarebbe bastato accorgersi che un qualsiasi divieto di critica urterebbe contro il nostro ordinamento e contro gli ordinamenti sovranazionali: ci sarebbe l’imbarazzo della scelta.
La definizione IHRA recita: «Le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite», ossia, vogliamo essere trattati come gli altri, né meglio né peggio. Sono ancora traumatizzato dal ricordo di una frase buona come la lingua di un cobra: «Il sionismo fino al 1948 non era esclusivamente razzista». Una frase buttata lì per fare il buono, senza capirne il significato. Infatti, spesso il problema di noi umani non riguarda la comprensione dei testi altrui, quanto di quelli propri.
Qui me la sento di pontificare: il sionismo nasce e si sviluppa perché gli ebrei vogliono – giustamente – essere come gli altri. Anche la definizione IHRA (sulla sua scia) chiede che Israele sia trattato come gli altri Stati.
Nulla di complicato se si vuole capire, un groviglio inestricabile, laddove il narcisismo prevalga sulla volontà di capire. Ad esempio, il vezzo dell’anonimato di gruppo rimanda alla foresta di Sherwood, allo sceriffo di Nottingham e, segreto celato ma segreto a voce, all’inarrivabile Lady Marian. Sennonché, nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, si dice che «Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Così disse Karl Marx, nipote di un rabbino e figlio di un avvocato, geniale ma non infallibile.
Emanuele Calò