DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 9 marzo 2026

L’ayatollah Seyyed Mojtaba Hosseini Khamenei è la terza Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran. Succede al padre, Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra. L’elezione «sembra essere stata controversa», rileva tra gli altri il Corriere della Sera, sottolineando come a una parte dei religiosi non sia piaciuto «il pressing dei pasdaran, che in questa settimana hanno sparato tutte le loro cartucce per convincere i “saggi” e far trionfare Mojtaba Khamenei». Non convinceva gli stessi nemmeno la successione dinastica, si legge, perché ritenuta «un affronto ai fondamenti della Repubblica islamica». Vari giornali tratteggiano un profilo della nuova Guida suprema, considerato uno degli artefici della sanguinaria repressione del regime. Per Repubblica, «c’è chi dice possa rivelarsi una sorta di Bin Salman iraniano, un leader autoritario ma disponibile a un cambiamento controllato, nella società come nell’economia». I più invece «ritengono invece che blinderà il sistema, nel solco dogmatico di suo padre, allontanando non solo le riforme interne, ma anche la pace con gli Stati Uniti». Secondo La Stampa, «il suo compito sarà vendicare il padre e far sopravvivere l’Iran in un conflitto di logoramento che richiede la massima compattezza ai vertici». E per questo «i riformisti saranno richiamati all’ordine». Usa e Israele hanno reagito alla nomina del secondogenito di Ali Khamenei. Il nuovo leader dell’Iran «dovrà ottenere la nostra approvazione, se non la otterrà, non durerà a lungo», ha affermato Donald Trump. «Il lungo braccio di Israele continuerà a perseguitare il successore e chiunque tenti di nominarlo», ha reso noto l’esercito israeliano.

«Tutte le dittature sono destinate a scomparire. Quindi la domanda non è “se” ma “cosa deve succedere” per riuscire a spezzare la spina dorsale di questo regime», riflette con la Stampa lo studioso israeliano David Menashri, fondatore dell’Alliance Center for Iranian Studies. «L’Iran vive una tensione tra tre identità: nazionale persiana, islamica sciita e l’influenza occidentale moderna. Il regime ha privilegia l’identità islamica e ha represso le altre. Ma molti iraniani si identificano con nazionalismo e modernità. Anche il fatto stesso di parlare di elezioni, di diritti o di libertà è in parte un’influenza occidentale. Idealmente bisognerebbe mettere insieme nazionalismo, Islam e influenze occidentali in una sorta di miscela capace di produrre un’unica identità iraniana, con colori diversi. Forse un giorno accadrà».

Lo scrittore israeliano Etgar Keret, intervistato da Repubblica, contesta l’attacco Usa-Israele all’Iran: «Sono due anni e mezzo che Netanyahu si pone obiettivi che, come è ovvio per chiunque sappia qualcosa, non sono realistici: vittoria completa su Hamas, condizioni per il cessate il fuoco che non possono essere implementate… L’idea di fondo è dire agli israeliani che stanno vivendo un presente insopportabile con la promessa di un futuro perfetto. Ma se poi non si affronta davvero quello che accade, ecco che i problemi tornano. E allora bisogna lanciare un’altra guerra».

«La grande guerra israelo-americana sta, più rapidamente del previsto, portando all’abbattimento del regime più aggressivo del mondo, ma non ci sarà realmente una vittoria col progetto nucleare ancora in mano alle Guardie della Rivoluzione», scrive Fiamma Nirenstein sul Giornale. Per questo, sostiene, i due paesi devono proseguire nella loro «collaborazione perfetta». Moran Alaluf, esperta israeliana di controterrorismo, fa un bilancio dei primi giorni di conflitto con Libero. Alaluf invita a non sottovalutare le potenzialità offensive del regime perché «non sono ancora state registrate raffiche di decine o centinaia di bombe sparate contemporaneamente».

«I missili balistici puntati dall’Iran verso Israele da anni, da parte di un paese che ha continuamente definito Israele un demone da cancellare dalla carta geografica, e che ha armato e finanziato altri nemici più contigui a Israele come Hamas, Hezbollah, jihad e milizie sciite in Siria, costituiscono o no una minaccia armata reale per Israele?», si chiede l’ex parlamentare Emanuele Fiano sul Foglio. Per il presidente di Sinistra per Israele, «la risposta onesta può essere solo sì».

«È necessario difendere un sionismo liberaldemocratico, che è semplicemente autodeterminazione ebraica e deve essere coerente con l’autodeterminazione dei palestinesi», dice al Tempo il politologo Michael Walzer. Per l’autore di Esodo e rivoluzione, «si può difendere quel tipo di sionismo, pur essendo critici verso le sue varianti nazionaliste e fanatiche e opporsi alla disponibilità di così tanti esponenti della sinistra, oggi, a riprendere la vecchia ideologia di sinistra dell’antisemitismo». Walzer punta il dito contro la sinistra, specie radicale, per la vulnerabilità «alla tendenza a identificare gli ebrei con i miti della plutocrazia e dei complotti ebraici».

Repubblica intervista il generale Diodato Abagnara, dal giugno scorso Capo missione e comandante della missione Unifil nel sud del Libano. «La cosa fondamentale per noi è non entrare in alcun modo in conflitto con le parti», racconta il generale. Per questo, «il nostro ufficio di collegamento coordina ogni attività operativa e logistica con l’Idf, in modo da tutelare, il più possibile, i cittadini». Abagnara definisce la presenza dell’Unifil «necessaria» ai fini di evitare una escalation.