DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 12 marzo 2026
La guerra in Medio Oriente resta in primo piano su tutta la stampa italiana, con le sue implicazioni. Anche per il nostro paese. Uno dei temi del giorno è il missile che ha colpito la base italiana a Erbil, nel Kurdistan iracheno. «A quanto si apprende, non ci sono feriti tra i militari italiani, né feriti tra il personale italiano», ha dichiarato il ministro della Difesa Guido Crosetto. Nella giornata di mercoledì, intervenendo prima al Senato e poi alla Camera, la premier Giorgia Meloni ha definito l’attacco Israele-Usa esterno al «perimetro del diritto internazionale», sottolineando al tempo stesso che «non possiamo permetterci un regime degli ayatollah in possesso dell’arma nucleare, unita a una capacità missilistica che potrebbe presto essere in grado di colpire direttamente l’Italia e l’Europa ancora di più».
«Che ne sarà degli accordi di Abramo dopo questa crisi?», domanda Repubblica al politologo emiratino Abdulkhaleq Abdulla, docente all’Università di Al Ain. «Ne usciranno rafforzati», risponde. «Quel che si è rotto è l’equilibrio che avevamo trovato con l’Iran». Ad Abdulla viene anche chiesto perché gli Emirati siano stati bersagliati persino più di Israele. «Colpire Dubai, Abu Dhabi, vuol dire attaccare centri finanziari cruciali», sottolinea. «L’aeroporto di Dubai è il più trafficato al mondo. Colpirlo, vuol dire cercare di mettere in ginocchio il sistema aeronautico mondiale. Stesso discorso per il porto, quinto più trafficato del pianeta. Insomma, l’intenzione è colpire attraverso noi il polo commerciale e logistico globale. E poi, a Dubai, convivono cittadini di 200 nazionalità diverse. Hanno voluto creare panico ovunque».
«Israele e i Paesi arabi si stanno difendendo con pregiati missili intercettori, dal costo di un milione di dollari l’uno, per abbattere droni da ventimila dollari. È una difesa costosissima che non può durare a lungo perché anche l’economia più ricca ha i suoi limiti e perché di quei missili intercettori non se ne possono produrre a piacimento» dice alla Stampa il generale Pasquale Preziosa, già Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica. Secondo Preziosa, Stati Uniti e Israele «hanno una visibile prevalenza tecnologica e di intelligence, ma è tipico di chi ha la superiorità tecnologica pensare che con una campagna intensa e rapida si chiuda presto».
Il regime degli ayatollah? Una garanzia per la libertà delle donne, sostiene con sprezzo del ridicolo Esmail Baghaei, il portavoce del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in una intervista con il Corriere. Secondo Baghei, nell’Iran della Rivoluzione islamica le donne «sono libere» e «stanno esplorando nuovi modi di proiettare la loro libertà e di sviluppare le loro competenze». L’intervista inizia con la posizione del regime sul conflitto. Baghaei definisce gli eventi di questi giorni «un’aggressione vergognosa condotta da due regimi dotati di armi nucleari», mentre a suo dire l’Iran sarebbe oggetto di «uno stereotipo negativo» dal 1979.
«Il regime cadrà, il punto è quando. Oggi sta in piedi su una gamba sola e il suo futuro è limitato, ma serve l’ultima spinta». A dirlo al Foglio è l’esule iraniano Amir Taheri. Giornalista e saggista, fu cacciato per volere di Khomeini dalla direzione del maggiore quotidiano di Teheran. Quell’ultima spinta, afferma Taheri, «può venire solo quando ci sarà un’alternativa chiara per sostituire il regime: molti gruppi di opposizione ci stanno lavorando, ma non ci sono ancora riusciti».
In un’intervista con il Corriere, l’ex premier spagnolo José María Aznar valuta negativamente le azioni del governo di Madrid sul Medio Oriente. «Abbiamo cattive relazioni con gli Usa e Israele. Difendiamo la posizione di Maduro e i criminali di guerra in Venezuela; siamo amici di Hamas, di Hezbollah, degli ayatollah in Iran», sottolinea. Ciò è per Aznar «la conseguenza di un governo espressione del populismo radicale» e «il populismo è la peggior cosa oggi in politica».
È iniziata ieri l’udienza preliminare a carico di alcuni aderenti al gruppo estremista di destra Avanguardia Torino, accusati di apologia di fascismo. L’Ucei, informa La Stampa, si è costituita parte civile nel procedimento. Dodici dei 17 imputati hanno chiesto la messa alla prova.