CINEMA – Oscar: nei panni dell’altro
Dieci nomination, nessun Oscar. Nonostante il successo internazionale che spesso riscuotono i film israeliani nei festival più prestigiosi, è un vero e proprio record negativo quello delle poche vittorie nella sezione degli Academy Awards riservata ai film internazionali. Un’opportunità che non ci sarà neanche quest’anno: The Sea di Shai Carmeli Pollak – recensito sul numero di agosto di Pagine Ebraiche – non è stato selezionato neanche per la short list, la lista che precede la nomina dei cinque finalisti. È in finale, invece, Butcher’s stain, di Meyer Levinson-Blount, cortometraggio che racconta una storia originale ispirata dall’esperienza del regista.
Ambientato in interni in una città non identificata di Israele, il corto narra la storia di Samir (Omar Sameer), un macellaio arabo che lavora in un supermercato ed è accusato ingiustamente di aver gettato in terra il poster per ricordare gli ostaggi del 7 ottobre, affisso nella stanza del personale. Ancora una volta, come avviene spesso nel cinema israeliano, c’è uno spostamento del punto di osservazione, si ribalta l’angolazione e si adotta la prospettiva dell’altro per comprenderne meglio le ragioni.
Il film è ben realizzato, caratterizzato da una regia sobria, che tallona il protagonista, e da una buona recitazione di tutti gli interpreti, tra cui figura anche lo stesso regista.
Pagine Ebraiche lo ha incontrato: ventiquattro anni, kippà in testa, ci accoglie con un forte accento newyorkese, un po’ insolito per un israeliano. È immigrato con la famiglia quando aveva dodici anni ed è subito stato catapultato in una yeshivà, ci spiega. Frequenta il quarto anno della Steve Tisch School of Film and Television all’Università di Tel Aviv e, dopo essere stato premiato in Israele, è candidato a uno dei premi più prestigiosi del mondo. «È incredibile», racconta. «Non solo per me, ma per la mia ragazza, per la mia famiglia, per tutta la squadra che ha lavorato con me».
L’idea è nata dopo che Meyer ha lavorato in un supermercato ed è rimasto colpito dalle dinamiche post 7 ottobre. «C’era una grande varietà di persone che avevano background molto diversi: ebrei, arabi, cristiani», ricorda, «e c’era molta tensione fra gli impiegati ebrei e quelli arabi, per cui ho pensato di tradurre quell’esperienza in un film».
Levinson-Blount narra la diffidenza e la distanza che si sono create dopo il massacro compiuto da Hamas fra persone abituate a condividere la quotidianità. Durante il nostro incontro si mostra attento a non generalizzare né banalizzare quanto ha osservato, e precisa che alcuni comportamenti riguardavano degli individui, non tutta la società israeliana. «Il dolore per quanto era successo era enorme, ma c’erano persone che venivano trattate in modo diverso da prima e che non avevano nulla a che fare con quanto era successo», prosegue.
Le intenzioni del regista sono chiare, ma non teme, gli chiediamo, che il film possa essere usato come un’arma che si ritorce contro Israele? Che possa essere strumentalizzato come dimostrazione di pregiudizi diffusi? «Non è un film anti-israeliano. Vivo qui. La mia famiglia vive qui», risponde.
«Se ho sentito la necessità di raccontare questa storia, non è per odio o per provocare, ma per creare un dialogo che renda questo posto un luogo in cui possano vivere meglio tutti. Credo che l’arte non debba essere sempre rassicurante, ma debba porre quesiti». Un’opinione condivisibile che evidenzia la sensibilità di molti registi e il pluralismo dello Stato ebraico. Ma l’unico Oscar assegnato indirettamente a Israele – in realtà si trattava di una coproduzione norvegese-palestinese – è quello dello scorso anno per il documentario No Other Land, co-diretto da Yuval Abraham e dal palestinese Basel Adra, che narra le violenze legate agli insediamenti nei Territori.
Quest’anno, nella sezione dedicata ai documentari brevi, è in finale anche il film israeliano Children No More: Were and Are Gone di Hilla Medalia e Sheila Nevins, che racconta le dimostrazioni in piazza a Tel Aviv per ricordare i bambini morti a Gaza. A conferma che l’Academy valorizza storie israeliane che però raccontano solo una parte del conflitto.
Simone Tedeschi